Washington, 11 marzo 2026 – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha espresso ottimismo sulla crisi in Medio Oriente, affermando che la guerra con l’Iran “finirà presto” e che il conflitto si concluderà “quando lui lo vorrà”. Questa dichiarazione arriva in un momento di crescente tensione e divisioni all’interno della base politica Maga, che appare sempre più scettica e preoccupata per l’impatto umano ed economico del conflitto in corso.
Trump rassicura: “La guerra finirà presto”
In un’intervista telefonica rilasciata ad Axios, Trump ha dichiarato che “in Iran non c’è più nulla da colpire” e che l’operazione militare ha causato “più danni di quanto si pensasse possibile”, anche nelle prime sei settimane di attacchi. Il presidente ha sottolineato che gli Stati Uniti sono “molto in anticipo sui tempi previsti” e ha ribadito con sicurezza che “quando voglio che finisca, finirà”.
Tuttavia, queste affermazioni contrastano con le dichiarazioni di pochi giorni fa, quando Trump aveva precisato che l’operazione militare denominata ‘Epic Fury’ sarebbe terminata solo in caso di una resa incondizionata di Teheran. Fino a oggi, tale condizione appare lontana, mentre le forze iraniane continuano a sferrare attacchi, anche potenzialmente contro il territorio statunitense. Secondo un’allerta dell’FBI, infatti, l’Iran avrebbe pianificato un attacco a sorpresa con droni contro obiettivi in California, nel caso in cui gli Stati Uniti avessero condotto raid contro il paese persiano.
Sul fronte dello Stretto di Hormuz, Trump ha assicurato che non vi sono mine piazzate da parte iraniana e ha promesso “un’enorme sicurezza” nella zona. “Abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte”, ha affermato, aggiungendo che la marina, l’aeronautica e i sistemi di difesa aerea iraniani sono stati “messi fuori uso”.
Divisioni nel partito e costi economici della guerra
Nonostante le rassicurazioni del presidente, il protrarsi del conflitto sta provocando malumori anche all’interno del partito repubblicano e della base Maga. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, un alleato storico di Trump e sostenitore dell’azione militare contro l’Iran, ha recentemente chiesto un intervento ancora più duro contro Teheran e di spostare l’attenzione su Cuba. Queste posizioni hanno suscitato irritazione e polemiche sia tra i democratici sia tra i repubblicani, con alcuni esponenti del Grand Old Party che invitano a moderare i toni per non alimentare la paura di un dispiegamento di truppe in Iran. All’interno della base Maga, Graham è stato definito “pazzo” e si esprime preoccupazione perché “Trump lo ascolta”.
Dal punto di vista economico, il conflitto sta già pesando pesantemente sulle casse americane. Secondo una stima di Forbes, il costo per i contribuenti degli Stati Uniti ammonta a “quasi un miliardo di dollari al giorno”. Fonti del Pentagono, citate dal New York Times, indicano che solo la prima settimana di attacchi militari ha comportato una spesa superiore a sei miliardi di dollari. La rivista economica americana ipotizza che, a seconda della durata della guerra, i costi potrebbero avvicinarsi ai 100 miliardi di dollari. Questi numeri rappresentano un peso significativo che potrebbe influenzare il giudizio degli elettori americani nelle elezioni presidenziali di novembre.
Il ruolo dello Stretto di Hormuz
L’attenzione internazionale resta alta anche per il ruolo strategico del petrolio iraniano e dello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti, guidati da Trump, sembrano voler replicare un modello simile a quello adottato in Iraq nel 2003, puntando al controllo delle infrastrutture petrolifere iraniane, in particolare l’isola di Kharg, nodo cruciale per l’esportazione del greggio di Teheran. Questo scenario ha implicazioni geopolitiche di vasta portata, coinvolgendo anche la Cina, che dipende in larga misura dal petrolio proveniente dal Golfo Persico.
In questo contesto, la strategia americana prevede l’apertura di un conto vincolato controllato dagli Stati Uniti per gestire i proventi del petrolio iraniano, con l’obiettivo ufficiale di garantire trasparenza e disarmo del regime degli ayatollah. La partita del controllo energetico si intreccia così con le dinamiche militari, economiche e politiche nella regione, alimentando una complessa sfida globale.






