Nella lettera Oriana Fallaci durante l’attacco terroristico alle Torri Gemelle si apre dalla frattura tecnologica: per ventiquattr’ore ha tentato invano di telefonare oltreoceano, provando persino con la Spagna e con Parigi. L’ufficio, scrive, solo quella mattina aveva ripreso a ricevere e inviare fax. Eppure in alcune zone le comunicazioni internazionali dipendevano da una delle torri crollate, con effetti a catena. La televisione italiana non arrivava dal giorno precedente, così come i giornali, e lei non sapeva che cosa avessero raccontato i corrispondenti. Al tempo stesso segnalava la chiusura di tutti gli aeroporti di tutti gli Stati: uno stop che inquadra la scala dell’emergenza.
Oriana Fallaci 11 settembre New York: una città sospesa
Secondo la descrizione della scrittrice, le strade erano completamente vuote, come nel film “L’ultima spiaggia”. “Tutto è immobile. Ai soliti assordanti rumori, si è sostituito un silenzio da cimitero”, annotava, interrotto soltanto dagli aerei militari che sorvegliavano l’isola di Manhattan. I ponti e i tunnel verso Brooklyn e le altre destinazioni risultavano chiusi al traffico: si potevano attraversare a piedi, ma dopo l’esodo della sera precedente nessuno li percorreva più. Erano fermi anche treni, autobus e metropolitana, presidiata dai militari. Restavano attivi gli ospedali, che definiva “stracolmi”, e la televisione, «straordinariamente indenne ma scarsamente informata».
Numeri e immagini citati da Fallaci
Sul conteggio delle vittime, la giornalista segnava stime delle prime ore. Ricordava che la peggiore strage vista in guerra aveva fatto cinquecento morti; in Messico, poco più. Per New York scriveva: “Qui i morti son davvero migliaia. C’è chi dice diecimila e mi stupirei se fossero meno di cinquemila”. Indicava inoltre almeno 400 pompieri sepolti sotto la seconda torre, “decine e decine di migliaia” di persone che lavoravano nei grattacieli e circa centomila visitatori al giorno. La memoria visiva è netta: il secondo aereo che entra nella seconda torre e le persone che si gettano dalle finestre del novantesimo piano per sfuggire alle fiamme.
“Io credevo d’aver visto tutto, nella mia vita. E invece no. Questo scenario supera le peggiori previsioni”, scriveva ancora, tentando una previsione di assestamento entro due o tre giorni. Definiva gli abitanti “gente dura”, ma considerava profondo il trauma, anche per chi, come lei, era abituata alla guerra. La lettera si chiudeva su un dato personale, messo nero su bianco: “Quanto a me, sono isolata. Ammalata nella misura che sa, e furibonda. Molto furibonda”.
