Il racconto del presunto soccorso di Donald Trump da parte dei pompieri a New York non trova conferme indipendenti. Lo hanno verificato PBS, PolitiFact e The Atlantic, dopo che il presidente ha riproposto l’episodio durante una cerimonia in memoria delle vittime e dei soccorritori dell’11 settembre. Trump ha sostenuto di essere arrivato a Lower Manhattan “poco dopo” gli attentati, non il giorno stesso, e di essere stato sollevato di peso da due vigili del fuoco mentre si temeva il crollo di un edificio vicino a Ground Zero.
Il timore per la stabilità di One Liberty Plaza, l’ex U.S. Steel Building, è stato documentato all’epoca dai media e dalle autorità. Non lo è, invece, la presenza di Trump in quel frangente né l’intervento dei pompieri in suo aiuto. «Due vigili del fuoco, due ragazzi grandi e forti, mi presero sotto le braccia», ha raccontato. «Cominciarono a correre portandomi con loro e io dissi: “Ragazzi, posso correre da solo”». Detto questo, versioni simili — ma meno dettagliate — erano circolate nel 2016 e nel 2021, senza che emergessero riscontri.
Donald Trump 9/11 Soccorso, presenze a Ground Zero e numeri operai
La presenza di Trump nei pressi di Ground Zero è attestata il 13 settembre, due giorni dopo gli attacchi. Le immagini di PBS lo mostrano mentre parla con i giornalisti e rivendica l’impiego di una squadra di suoi operai: “Abbiamo molti uomini qui in questo momento. Ne abbiamo più di 100 e ne stanno arrivando circa 125”. È una dichiarazione netta, con cifre precise.
Da qui il punto: non sono state trovate prove indipendenti della partecipazione di “centinaia” di dipendenti di Trump alle operazioni tra le macerie. Richard Alles, all’epoca dirigente dei vigili del fuoco di New York coinvolto nel coordinamento, ha spiegato di non avere mai ricevuto segnalazioni su Trump o su un contingente riconducibile alle sue aziende. «Ci sarebbe una registrazione. Non conosco nessuno che lo abbia mai visto lì», ha affermato.
La distinzione resta dunque netta. La presenza nell’area il 13 settembre è documentata; la narrazione degli operai all’opera e del presunto soccorso personale, no. E c’è di più: la rivendicazione di quei numeri non è stata confermata da registri, tracciamenti o testimonianze esterne al perimetro delle parole del presidente.
Dalla Trump Tower alle tesi su Jersey City
La prima testimonianza di Trump, raccolta l’11 settembre 2001, lo collocava nella sua abitazione alla Trump Tower, circa 6,5 km dal World Trade Center. “Ho una finestra che guarda direttamente verso il World Trade Center e ho visto questa enorme esplosione”, disse. Negli anni, in interviste successive, aggiunse di avere visto anche il secondo aereo e persone lanciarsi nel vuoto: dettagli che non compaiono nell’intervento registrato quel giorno.
È risultata infondata anche un’altra affermazione successiva: che il suo grattacielo di 40 Wall Street fosse diventato il più alto di Lower Manhattan dopo il crollo delle Torri Gemelle. I dati catastali e le altezze ufficiali indicano che il primato spettava allora al vicino 70 Pine Street.
Durante la campagna del 2015, Trump sostenne di avere visto “migliaia e migliaia” di persone — identificate come residenti musulmani — festeggiare a Jersey City mentre le torri collassavano. Le verifiche effettuate da più redazioni non hanno trovato filmati, fotografie o registrazioni che corroborassero quell’immagine.
Nel 2019 il presidente accusò la deputata democratica Ilhan Omar di avere ballato nell’anniversario degli attentati. CBS News ha smentito: il gala del Congressional Black Caucus a cui Omar aveva partecipato non si tenne l’11 settembre. In quell’occasione Trump definì la parlamentare “il nuovo volto del Partito Democratico”.
Infine, il presidente ha rivendicato di avere previsto la minaccia rappresentata da Osama bin Laden, citandolo nel suo libro del 2000 The America We Deserve. Per contro, il nome di bin Laden era già ben noto negli Stati Uniti per gli attentati del 1998 alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania, attribuiti ad al-Qaeda e ampiamente coperti dalla stampa e dalle autorità.
La cerimonia al Pentagono e l’assenza a Ground Zero
Il presidente ha commemorato il 25esimo anniversario degli attentati al Pentagono, insieme a Melania Trump. Non ha partecipato alla cerimonia di Ground Zero, dove l’amministrazione è stata rappresentata dal vicepresidente JD Vance. A New York erano presenti il sindaco Zohran Mamdani e diversi ex presidenti degli Stati Uniti.
Il discorso pronunciato al Pentagono ha insistito sui richiami all’unità nazionale dopo l’11 settembre. «In giorni come l’11 settembre capiamo di che pasta è davvero fatto un Paese. In questo momento stiamo scoprendo di che pasta siamo fatti», ha affermato Trump, legando memoria e attualità. A margine, ha ricordato le «anime meravigliose strappate al nostro mondo» 25 anni fa: “Non lo dimenticheremo mai e poi mai. È per questo che oggi combattiamo. Non abbiamo scelta. Può esserci solo la vittoria”.
La chiosa ha richiamato New York come denominatore comune: “Quel giorno eravamo tutti newyorkesi. Tutti quanti. Eravamo tutti newyorkesi, ma eravamo anche tutti americani. Eravamo tutti una famiglia”. Sono parole registrate durante la cerimonia; restano, come il resto delle affermazioni, sottoposte al vaglio dei fatti quando passano dal terreno del ricordo a quello delle rivendicazioni puntuali.
