L’11 settembre 2001, due aerei di linea dirottati da membri di al-Qaeda si schiantarono contro le Torri Gemelle del World Trade Center, a New York. Un terzo colpì il Pentagono, mentre un quarto precipitò in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri. Negli attentati morirono quasi 3mila persone. Quelle immagini sarebbero diventate il simbolo di uno dei più grandi traumi della storia recente degli Stati Uniti. Osservata dal mondo arabo, però, quella data rappresenta anche l’inizio di una storia che era destinata a durare molto più a lungo degli attentati.
“Tutto è cambiato”, ha raccontato ad Al Jazeera Omar, che nel 2003 aveva 18 anni e viveva in Iraq quando gli Stati Uniti invasero il suo paese. La risposta americana all’11 settembre prese la forma di una guerra globale al terrorismo: dall’invasione dell’Afghanistan a quella dell’Iraq, fino alle detenzioni di Guantánamo e agli abusi di Abu Ghraib, passando per campagne aeree e attacchi con droni. L’amministrazione di George W. Bush inaugurò la stagione della “War on Terror” che, tra le altre cose, contribuì a cambiare la percezione delle persone musulmane in tutto il mondo occidentale, da allora guardate con sospetto.
11 settembre, come reagì il mondo arabo agli attentati
Yasser Arafat, allora presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, condannò immediatamente quanto accaduto e manifestò solidarietà agli Stati Uniti. Condanne arrivarono anche da numerosi governi della regione e dai Fratelli Musulmani egiziani, che definirono gli attacchi contrari ai principi islamici e umani.
Allo stesso tempo, nel Medio Oriente era già diffuso un forte risentimento nei confronti della politica americana. Pesavano il sostegno di Washington a Israele, la presenza militare statunitense nella regione e le conseguenze delle sanzioni imposte all’Iraq durante gli anni Novanta.
Le immagini di alcuni piccoli gruppi che festeggiavano gli attentati fecero rapidamente il giro delle televisioni occidentali, contribuendo a costruire l’idea di una reazione compatta del mondo arabo. La realtà era molto più frammentata: condannare al-Qaeda non significava necessariamente sostenere la politica degli Stati Uniti.
Anche diversi giornali arabi, nei giorni successivi, espressero solidarietà alle vittime chiedendo però a Washington di non trasformare la ricerca dei responsabili in una rappresaglia indiscriminata. Quel timore acquistò un significato concreto meno di un mese dopo.
Dall’Afghanistan all’Iraq: l’inizio della “guerra al terrore”
Il 7 ottobre 2001, ventisei giorni dopo gli attentati, gli Stati Uniti lanciarono la celebre operazione Enduring Freedom contro l’Afghanistan, dove il regime dei Talebani ospitava Osama bin Laden e i vertici di al-Qaeda.
L’Afghanistan non è un Paese arabo, ma rappresentò il primo fronte della strategia militare statunitense successiva all’11 settembre. I Talebani persero rapidamente Kabul, ma la guerra proseguì per quasi vent’anni e attraversò quattro presidenze americane diverse
Secondo il progetto Costs of War della Brown University, circa 176mila persone sono morte direttamente nel conflitto afghano. A queste si aggiungono le vittime indirette provocate da fame, malattie e impossibilità di ricevere cure mediche. Nel 2021, sotto l’amministrazione Biden, gli Stati Uniti si ritirarono e i Talebani ripresero il controllo del Paese.
Il 19 marzo 2003, invece, gli Stati Uniti invasero l’Iraq sostenendo che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa. Quelle armi non furono mai trovate e non venne dimostrato un coinvolgimento del governo iracheno negli attentati dell’11 settembre.
Per gli iracheni, però, le conseguenze furono devastanti. Omar racconta da Al Jazeera il ricordo del rumore delle bombe su Baghdad e alcuni amici usciti per osservare ciò che stava accadendo nonostante il pericolo. “Sono andati e non sono tornati”, racconta. “È molto triste quando ce ne ricordiamo”.
L’invasione fece cadere Saddam Hussein, ma aprì anni di instabilità, insurrezione e violenze settarie. Il progressivo collasso delle istituzioni irachene contribuì inoltre a creare le condizioni nelle quali, anni dopo, sarebbe emerso lo Stato Islamico.
Oltre 4,5 milioni di morti nelle guerre
I conflitti non si limitarono ad Afghanistan e Iraq. Negli anni successivi gli Stati Uniti condussero operazioni militari e campagne con droni in Pakistan, Yemen e Somalia. Dal 2014 una coalizione internazionale guidata da Washington intervenne inoltre contro l’Isis in Iraq e Siria.
Il bilancio complessivo va quindi molto oltre le vittime morte sotto i bombardamenti. Secondo Costs of War, le guerre combattute dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre hanno causato direttamente e indirettamente tra 4,5 e 4,7 milioni di morti.
Circa 940mila persone sarebbero state uccise direttamente durante combattimenti, bombardamenti e altre azioni di guerra. Altri 3,6-3,8 milioni sarebbero morti per le conseguenze indirette dei conflitti: malnutrizione, diffusione delle malattie e distruzione delle strutture sanitarie e delle infrastrutture.
Le stesse guerre hanno inoltre costretto oltre 38 milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni tra Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Somalia, Filippine, Libia e Siria. Il dato non riguarda quindi esclusivamente il mondo arabo, ma permette di comprendere la dimensione assunta dalla risposta militare all’11 settembre.
L’islamofobia dopo gli attentati alle Torri Gemelle
Le conseguenze degli attentati non si fermarono ai Paesi bombardati. Negli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, musulmani, arabo-americani, sikh e persone originarie dell’Asia meridionale furono sempre più spesso associate al terrorismo.
Pochi giorni dopo gli attacchi George W. Bush visitò l’Islamic Center di Washington e pronunciò una frase destinata a diventare celebre: “L’Islam è pace”. I dati mostrarono tuttavia rapidamente un enorme aumento della diffidenza. Nel novembre 2001 il 28% degli americani dichiarava di essere diventato più sospettoso nei confronti delle persone di origine mediorientale; un anno più tardi la percentuale era salita al 36%.
Ancora più evidente fu l’aumento delle aggressioni. Secondo Human Rights Watch, i dati dell’Fbi mostrarono nel 2001 una crescita di diciassette volte dei crimini d’odio contro i musulmani rispetto all’anno precedente. Negli anni successivi il Dipartimento di Giustizia indagò su oltre 800 casi di violenze, minacce, incendi e vandalismo ai danni di musulmani, arabo-americani, sikh e persone scambiate per mediorientali.
Anche le politiche di sicurezza cambiarono. Dopo gli attentati furono arrestate centinaia di persone nell’ambito di operazioni legate soprattutto a violazioni delle norme sull’immigrazione. Human Rights Watch documentò 752 detenuti classificati come “special interest”, quasi tutti uomini musulmani provenienti dal Medio Oriente o dall’Asia meridionale.
Le conseguenze della “Guerra al terrore” oggi
Il pregiudizio non è scomparso insieme alla “War on Terror”: secondo una rilevazione pubblicata dal Pew Research Center nel 2026, il 51% degli americani considera ancora l’Islam più incline alla violenza rispetto alle altre religioni, mentre il 43% ritiene i musulmani meno patriottici degli altri cittadini. Tra le motivazioni citate dagli intervistati continua a comparire, un quarto di secolo dopo, l’11 settembre.
Quando Omar dice che “tutto è cambiato”, parla di questo: guerre che hanno attraversato intere generazioni, milioni di persone costrette a lasciare le proprie case e un’associazione tra Islam e terrorismo che, venticinque anni dopo, non è ancora completamente scomparsa.
