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Home Esteri

Iran sotto pressione: proteste e sanzioni mettono alla prova il regime

Nonostante la pressione interna ed esterna, non emergono segnali concreti di spaccature ai vertici dell’apparato di sicurezza iraniano

by Alessandro Bolzani
14 Gennaio 2026
La situazione in Iran

La situazione in Iran | ANSA/X - alanews

L’Iran sta attraversando una delle fasi più complesse della sua storia recente. Le proteste che attraversano il Paese, la crisi economica causata dalle sanzioni e il rinnovato confronto con Stati Uniti e Israele stanno mettendo sotto forte stress il sistema politico della Repubblica Islamica. Eppure, nonostante la pressione interna ed esterna, non emergono segnali concreti di spaccature ai vertici dell’apparato di sicurezza, elemento che per gli analisti continua a garantire la sopravvivenza del regime.

L’apparato di sicurezza come pilastro del potere

Secondo diplomatici, analisti e fonti governative regionali citati da Reuters, l’assenza di defezioni tra le élite militari e di sicurezza resta il fattore decisivo che consente alla leadership iraniana di resistere. Il sistema è fondato su una struttura multilivello che fa perno sui Guardiani della Rivoluzione e sulla milizia paramilitare Basij, un apparato che insieme sfiora il milione di uomini.

L’esperto di politica iraniana Vali Nasr spiega che per provocare un vero cambiamento sarebbe necessaria una pressione molto più prolungata nelle piazze, accompagnata da una frattura all’interno dello Stato, in particolare nelle forze armate e nei servizi di sicurezza. In assenza di queste condizioni, ogni tentativo di coercizione dall’esterno rischia di rimanere inefficace.

Le proteste in Iran e il bilancio delle vittime

Le manifestazioni in Iran sono esplose il 28 dicembre, inizialmente per l’impennata dei prezzi, per poi trasformarsi in una contestazione diretta contro il potere clericale. La repressione è stata violenta e, secondo un funzionario iraniano citato da Reuters, avrebbe causato circa 2.000 morti, tra civili e membri delle forze di sicurezza, attribuendo le responsabilità a gruppi definiti “terroristi”. Le organizzazioni per i diritti umani, tuttavia, avevano in precedenza stimato circa 600 vittime.

L’organizzazione statunitense HRANA afferma di aver verificato la morte di 573 persone, di cui 503 manifestanti e 69 appartenenti alle forze di sicurezza, oltre a più di 10.000 arresti. Teheran non ha fornito un bilancio ufficiale e Reuters non ha potuto verificare in modo indipendente questi dati.

Un sistema che resiste, ma sempre più fragile

Ali Khamenei, oggi 86enne, ha già superato diverse ondate di proteste in passato. Quella in corso rappresenta la quinta grande rivolta dal 2009, un dato che, secondo Paul Salem del Middle East Institute, dimostra al tempo stesso la resilienza del regime e la profondità della crisi interna che resta irrisolta.

Alan Eyre, ex diplomatico statunitense ed esperto dell’Iran, osserva che per ribaltare realmente l’equilibrio servirebbe una mobilitazione capace di superare i vantaggi strutturali dello Stato: istituzioni potenti, un bacino di consenso ancora significativo e le dimensioni demografiche e territoriali di un Paese con circa 90 milioni di abitanti.

Iran, si avvicina il momento della caduta del regime?

Gli analisti concordano sul fatto che la sopravvivenza del regime non equivale alla sua solidità. La Repubblica Islamica affronta una delle sfide più serie dalla sua fondazione nel 1979. L’economia è strangolata dalle sanzioni, senza prospettive chiare di ripresa, mentre sul piano strategico Teheran è sotto pressione per il ridimensionamento del suo programma nucleare e per l’indebolimento dell’“Asse della Resistenza”, i gruppi alleati in Libano, Siria e Gaza colpiti da pesanti perdite.

Nasr ritiene che il regime non sia ancora arrivato al “momento della caduta”, ma riconosce che la situazione futura appare estremamente difficile.

Trump alza il livello dello scontro

Ciò che distingue questa fase dalle precedenti è l’atteggiamento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Negli ultimi giorni ha lanciato avvertimenti espliciti, affermando che l’uccisione dei manifestanti potrebbe portare a un intervento americano. Martedì 13 gennaio ha invitato apertamente i protestanti a occupare le istituzioni, dichiarando che “gli aiuti sono in arrivo”, e ha annunciato la cancellazione di incontri con funzionari iraniani.

In precedenza, Trump aveva anche minacciato dazi contro i Paesi che commerciano con Teheran, con la Cina — principale partner commerciale dell’Iran — nel mirino. In una telefonata avvenuta sabato, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il segretario di Stato americano Marco Rubio avrebbero discusso di un possibile intervento statunitense, secondo una fonte israeliana.

Donald Trump
Donald Trump | Shutterstock – alanews

Secondo Paul Salem, l’interesse di Trump per le proteste non sarebbe guidato da principi ideologici, ma da una strategia volta a rendere il sistema iraniano più malleabile, indebolendolo abbastanza da ottenere concessioni sul programma nucleare.

La Casa Bianca non ha chiarito gli obiettivi della strategia americana, ma un funzionario ha ricordato come Trump abbia già dimostrato, con operazioni in Iran e Venezuela lo scorso anno, di essere disposto a tradurre le parole in azioni.

Il “modello Venezuela” è replicabile in Iran?

A Washington e a Gerusalemme sta prendendo piede l’idea di applicare all’Iran un “modello Venezuela”: rimuovere il vertice del potere mantenendo in piedi l’apparato statale, a patto che collabori. Tuttavia, applicare questo schema all’Iran presenta ostacoli enormi, tra cui la solidità del sistema di sicurezza, la sua coesione istituzionale e la complessità etnica e territoriale del Paese.

Secondo fonti regionali e analisti, un’azione militare straniera potrebbe addirittura innescare fratture etniche e settarie, in particolare nelle regioni curde e sunnite del Baluchistan, storicamente sensibili alle spinte separatiste.

Le opzioni sul tavolo di Washington

Per ora, gli Stati Uniti sono limitati anche dalla distribuzione delle proprie forze militari in altri teatri, sebbene i diplomatici sottolineino che gli assetti possono essere ridislocati rapidamente. David Makovsky del Washington Institute prevede che, se Trump decidesse di intervenire, punterebbe su un’azione rapida e ad alto impatto, coerente con il suo stile: un colpo decisivo anziché un conflitto prolungato con truppe di terra.

Le opzioni includono misure di pressione sulle esportazioni petrolifere iraniane, operazioni militari mirate o attacchi cibernetici, tutte accompagnate da rischi significativi. Tra le alternative meno aggressive figura anche il ripristino dell’accesso a internet tramite Starlink per facilitare il coordinamento dei manifestanti.

Un futuro ancora incerto

La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato non hanno risposto alle richieste di Reuters su quali azioni concrete siano allo studio. Come osserva Makovsky, Trump utilizza spesso le minacce come strumento flessibile: talvolta per rinviare decisioni, talvolta per dissuadere gli avversari, talvolta come preludio a un intervento reale. Quale di queste strategie sia in atto oggi nei confronti dell’Iran, resta ancora impossibile stabilirlo con certezza.

Per approfondire: Iran, dalla Rivoluzione Islamica alle proteste di oggi: alba e tramonto del regime degli ayatollah

Tags: Donald TrumpIranprima paginaProteste in IranStati Uniti

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