Il cuore di Domenico Caliendo ha smesso di battere due mesi dopo un trapianto a Napoli. Quel 21 febbraio si è aperta un’indagine che scuote ancora oggi l’ospedale Monaldi. Guido Oppido ed Emma Bergonzoni, i due cardiochirurghi coinvolti, si trovano ora sotto accusa: omicidio colposo in concorso e falsificazione di documenti clinici. Nel frattempo, in aula, le difese hanno accelerato le loro mosse. Ma la tensione cresce, alimentata da uno scontro sempre più acceso con la famiglia di Domenico e il suo legale. La battaglia legale è tutt’altro che chiusa.
Morte di Domenico al Monaldi: la strategia degli avvocati dei cardiochirurghi
Gli avvocati di Oppido e Bergonzoni hanno chiesto di escludere dal fascicolo la relazione firmata dallo stesso Oppido il 30 dicembre. Un documento fondamentale che, secondo l’accusa e la famiglia Caliendo, sarebbe un falso insieme al diario clinico firmato da Bergonzoni. L’avvocato Francesco Petruzzi, che assiste la famiglia, ha bollato questa richiesta come “inaccettabile”. Le difese avevano già provato, senza successo durante le sommarie informazioni testimoniali, a far sparire quella relazione. Petruzzi ha sottolineato un punto chiave: quel documento non è coperto dalla legge Gelli-Bianco sugli audit, quindi non si può escludere.
Interrogatori e contraddizioni sulle carte cliniche
I due medici hanno affrontato un primo giro di interrogatori davanti al giudice per le indagini preliminari di Napoli, Mariano Sorrentino, poco prima delle feste pasquali. Un secondo interrogatorio è fissato per l’8 maggio. La procura contesta loro non solo l’omicidio colposo, ma anche presunte modifiche sospette alle cartelle cliniche di Domenico. Petruzzi evidenzia una contraddizione nelle difese: da una parte mettono in dubbio la veridicità della scheda sulla circolazione extracorporea e della cartella anestesiologica — documenti che riportano gli orari precisi degli interventi — senza però presentare querela di falso; dall’altra chiedono di togliere dal fascicolo proprio il documento che li inchioderebbe.
Nessuno “scudo” per i medici, parola al legale della famiglia
Per l’avvocato della famiglia Caliendo, le difese stanno cercando un “scudo penale che non esiste”. Nel nostro sistema giudiziario, spiegano, non si possono eliminare prove importanti né bloccare un’indagine quando emergono elementi di falsificazione nei documenti sanitari. Petruzzi è netto: “È finito il tempo delle bugie, adesso inizia quello della verità”. Il riferimento è alle fasi dell’incidente probatorio, momento decisivo per fare chiarezza sull’intervento e sulle responsabilità. Le prossime settimane saranno cruciali per capire come andrà avanti il procedimento e se si riuscirà a fare piena luce su questa tragedia che ha scosso tutta la Campania e l’Italia.






