Due persone sono morte e altre otto sono rimaste ferite mercoledì sera in un attacco al King Fahd International Airport di Dammam, nell’Arabia Saudita orientale. Lo ha riferito l’autorità generale dell’aviazione civile (GACA). Le vittime sono un cittadino saudita e un residente indiano. I feriti sono cittadini sauditi, indiani, yemeniti, bengalesi e nepalesi. La GACA non ha precisato quale tipo di attacco abbia colpito l’aeroporto di Dammam. Il movimento Houthi dello Yemen, sostenuto dall’Iran, ha ripetutamente preso di mira gli scali del regno con droni e missili.
I droni intercettati e l’impianto di Aramco
Un altro episodio mortale si era verificato mercoledì mattina nella Provincia orientale, dove si trova Dammam: secondo il ministero saudita dell’Energia, i detriti di un drone intercettato hanno ucciso due persone. Il ministero ha riferito che il velivolo tentava di colpire un impianto di lavorazione di Aramco, la compagnia petrolifera statale saudita, nel giacimento di Shaybeh. Nella zona ha preso fuoco il veicolo di un appaltatore.
Altri quattro droni sono stati intercettati nella notte di mercoledì, secondo la coalizione guidata dall’Arabia Saudita che sostiene il governo yemenita nella guerra contro gli Houthi. Il movimento ha in precedenza presentato gli attacchi contro aeroporti, impianti energetici e basi militari saudite come una rappresaglia per i bombardamenti sauditi che hanno provocato vittime nei territori sotto il suo controllo nello Yemen occidentale.
I combattimenti nello Yemen e la tregua interrotta
Il portavoce militare degli Houthi ha dichiarato mercoledì che il movimento aveva preso di mira equipaggiamenti militari in un aeroporto di al-Mukalla, nello Yemen meridionale. Secondo il portavoce, il materiale era stato trasportato dall’Arabia Saudita per essere utilizzato dalle forze filogovernative. I mezzi d’informazione controllati dagli Houthi hanno riferito di almeno sei morti e 11 feriti in attacchi aerei e di artiglieria nelle precedenti 24 ore.
Il ministero della Salute controllato dal movimento ha indicato 155 civili uccisi da quando la guerra civile yemenita si è riaccesa, tre mesi fa. Il ministero della Salute del governo ha invece riferito di almeno 1.574 persone morte nel conflitto nello stesso periodo. La guerra è iniziata nel 2014, quando gli Houthi hanno estromesso dalla capitale Sanaa il governo riconosciuto internazionalmente. Il conflitto si è intensificato l’anno successivo, con l’intervento della coalizione di Stati arabi guidata dall’Arabia Saudita per tentare di ripristinare il potere del governo.
Una tregua informale durata quattro anni ha cominciato a cedere a luglio. Gli Houthi hanno annunciato un “embargo marittimo” contro l’Arabia Saudita e avviato attacchi con missili e droni contro aeroporti, impianti petroliferi e petroliere nel Mar Rosso. Il movimento li ha motivati come risposta a quello che definisce un blocco saudita dei propri territori e a un bombardamento sull’aeroporto di Sanaa attribuito al regno.
A settembre gli Houthi hanno conquistato parte della costa sud-occidentale yemenita sul Mar Rosso, vicino allo stretto di Bab al-Mandab, passaggio cruciale per il traffico marittimo mondiale. L’avanzata ha contribuito al rialzo dei prezzi petroliferi dopo sei mesi di guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.
All’inizio del mese le forze filogovernative hanno dichiarato di aver riconquistato il territorio affacciato su Bab al-Mandab con una controffensiva sostenuta dall’aviazione saudita. I combattimenti proseguono nell’area, attorno a Taiz, città assediata e controllata dal governo, e più a nord nelle province di Marib, al-Jawf, Dhale e Shabwa.
