L’Arabia Saudita esaurirà le scorte di petrolio destinate all’esportazione se non riattiverà entro pochi giorni il principale collegamento verso il Mar Rosso, chiuso venerdì dopo gli attacchi con droni provenienti dall’Iraq. È la valutazione di acquirenti di greggio saudita e operatori del settore, che indicano una possibile perdita fino al 4% dell’offerta globale. Il blocco dell’oleodotto saudita e il rinvio dei colloqui sul transito nello Stretto di Hormuz hanno rinnovato le preoccupazioni per le forniture e spinto al rialzo le quotazioni.
I danni all’oleodotto e le ipotesi sui tempi di riparazione
Riad non ha fornito informazioni dettagliate sull’entità dei danni subiti dall’infrastruttura, colpita nei giorni scorsi, né sulla durata della sospensione del servizio. Le stime sui tempi necessari per rimettere in funzione il collegamento est-ovest restano diverse.
Una delle persone interpellate nel settore ha indicato che le riparazioni potrebbero richiedere da cinque a sei settimane. Un’altra ha prospettato un ripristino più rapido, con la possibilità di riprendere a pompare una parte del petrolio anche durante i lavori. La ripresa parziale dei flussi è dunque un’ipotesi, non una scadenza comunicata dalle autorità saudite.
L’oleodotto attraversa il deserto della Penisola Arabica e negli ultimi sei mesi ha risparmiato al Paese gran parte delle conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz, causata dalla guerra. Il blocco dello stretto ha paralizzato le esportazioni dei Paesi vicini. L’Arabia Saudita, maggiore esportatore mondiale, ha utilizzato il collegamento per deviare verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, circa 4 milioni di barili al giorno, equivalenti a circa il 4% dell’offerta globale.
Le quotazioni del petrolio e del gas
Il rialzo è cominciato nei primi scambi sui mercati asiatici: il Wti, riferimento americano, è salito del 2,25% a 102,30 dollari al barile; il Brent, riferimento internazionale, ha guadagnato il 2,28%, raggiungendo quota 107 dollari.
Le quotazioni di questa mattina hanno poi indicato il Wti con consegna a ottobre a 102,73 dollari, in aumento del 2,68%, e il Brent con consegna a novembre a 107,32 dollari, con un progresso del 2,59%. Nei successivi scambi il Wti è arrivato a 102,90 dollari, in rialzo del 2,8%, e il Brent a 107,70 dollari, con un incremento del 2,9%.
Un’ulteriore riduzione dei flussi sauditi aggraverebbe una carenza globale di approvvigionamenti che ha già portato i prezzi dei carburanti ai massimi storici e alimentato l’inflazione nel mondo. La carenza ha inoltre spinto i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi ai livelli più elevati dalla crisi finanziaria del 2008.
Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno accompagnato anche il rialzo del gas: ad Amsterdam l’indice Ttf ha guadagnato il 5%, raggiungendo 83,56 euro al megawattora.
