Una vacanza che si trasforma in tragedia e un caso su cui ora la magistratura italiana vuole fare piena luce. La morte di Erika Squillace, 27 anni, avvenuta in Egitto dopo la somministrazione di un farmaco in circostanze ancora da chiarire, è al centro di un’indagine per omicidio colposo. A denunciare quanto accaduto sono stati i genitori della giovane, che puntano il dito contro il marito.
Le ipotesi sulla morte di Erika Squillace
Secondo quanto emerso finora, la giovane residente a Mentana sarebbe stata sottoposta a iniezioni di un farmaco chemioterapico somministrato da personale non qualificato e al di fuori di una struttura sanitaria. Gli investigatori stanno valutando se le dosi, ritenute elevate, possano aver provocato un’intossicazione fatale.
Un altro elemento al vaglio riguarda i soccorsi: la donna, secondo le ricostruzioni, avrebbe accusato un peggioramento delle condizioni dopo le iniezioni senza essere accompagnata subito in ospedale.
L’indagine della Procura e l’autopsia
Sulla vicenda è intervenuta la Procura della Repubblica di Roma, che ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di omicidio colposo. La salma della giovane è stata trasferita in Italia e sottoposta ad autopsia presso il Policlinico Agostino Gemelli.
Come spiegato dal legale della famiglia, l’avvocato Daniele Sacrà, restano diversi punti da chiarire, a partire dall’effettiva gravidanza e dalle modalità con cui il farmaco è stato somministrato. I genitori chiedono di accertare le responsabilità per una vicenda che, secondo loro, poteva avere un esito diverso.
Il corpo riesumato e gli accertamenti in corso
Dopo il rientro in Italia e i funerali, il corpo della 27enne è stato riesumato per consentire ulteriori esami. Gli investigatori stanno attendendo i risultati degli accertamenti medico-legali, fondamentali per stabilire le cause esatte del decesso.
Nel frattempo è stato acquisito anche il telefono della giovane, con l’obiettivo di ricostruire gli ultimi contatti e i messaggi scambiati con il marito nei giorni precedenti alla morte.
I dubbi sulla gravidanza
Prima della partenza per l’Egitto, nell’estate del 2025, la giovane si era rivolta a un ginecologo in Italia perché sospettava di essere incinta. Alcuni valori risultavano compatibili con una gravidanza, ma le ecografie non avevano evidenziato la presenza di un feto.
Anche ulteriori accertamenti eseguiti in una struttura sanitaria romana avevano confermato l’incertezza del quadro clinico, senza fornire una diagnosi definitiva.
Il viaggio e la diagnosi in Egitto
Partita per raggiungere i familiari del marito, la giovane si era sottoposta a una visita specialistica in Egitto, dove le era stata diagnosticata una gravidanza isterica, una condizione in cui si manifestano sintomi tipici della gestazione senza che vi sia un reale concepimento.
A seguito di questa diagnosi, le era stato prescritto il Methotrexat Ebewe, un farmaco utilizzato in ambito oncologico che, secondo le indicazioni, avrebbe dovuto essere somministrato in ambiente ospedaliero.
Le iniezioni in casa e il ricovero tardivo
Le somministrazioni, invece, sarebbero avvenute in casa nell’arco di circa due settimane. Durante questo periodo, le condizioni della giovane sarebbero progressivamente peggiorate.
Nonostante i sintomi, il trasferimento in ospedale sarebbe avvenuto solo in un secondo momento, dopo un malore in pubblico e su pressione della madre, con l’intervento delle forze dell’ordine. La donna è stata quindi portata all’Andalusia Hospital Al Shallalat di Alessandria d’Egitto, dove è stata ricoverata in rianimazione in condizioni gravissime. Poco dopo è sopraggiunto il decesso.
Ora sarà l’esito degli esami e delle indagini a chiarire se la morte poteva essere evitata e se vi siano responsabilità penali nella gestione della vicenda.






