Il telescopio spaziale Swift della Nasa, noto come Neil Gehrels Swift Observatory, è vicino al rientro incontrollato nell’atmosfera terrestre. La finestra prevista è compresa tra il 3 e il 5 novembre 2026, al termine di quasi 22 anni di attività scientifica. Il momento esatto resta incerto per l’influenza delle condizioni dell’alta atmosfera e della perdita di quota, che variano di giorno in giorno.
Con una massa di circa 1,5 tonnellate, l’osservatorio dovrebbe disintegrarsi in gran parte durante l’attraversamento degli strati più densi dell’aria; alcuni componenti più resistenti al calore potrebbero tuttavia sopravvivere fino al suolo. La sua orbita limita le aree di possibile rientro a una fascia attorno all’equatore, che attraversa prevalentemente gli oceani e zone poco abitate. Non sono previsti rischi per l’Italia.
Perché l’orbita di Swift sta cedendo
L’aumento dell’attività solare ha riscaldato e dilatato l’alta atmosfera, innalzandone la densità alle quote in cui orbitano molti satelliti. In questo contesto, la resistenza aerodinamica è cresciuta fino a rallentare in modo significativo il Neil Gehrels Swift Observatory, innescando una perdita di quota progressiva. Swift non dispone di un sistema di propulsione autonomo per effettuare manovre di risalita o di mantenimento: una carenza che, in condizioni di forte drag atmosferico, lascia poche alternative operative.
Il 20 ottobre il satellite è sceso a circa 275 chilometri di altitudine, una quota alla quale l’attrito è diventato troppo intenso per garantire il funzionamento nominale degli strumenti. A quel punto la Nasa ha interrotto in via definitiva le operazioni scientifiche e ha predisposto il veicolo alla fase di rientro. Con l’ulteriore discesa, la resistenza dell’aria aumenterà ancora, accelerando la perdita di quota fino alla frammentazione della struttura.
Il tentativo di salvataggio con il veicolo LINK
Prima dello stop alla missione, l’agenzia statunitense ha provato un’operazione senza precedenti: raggiungere Swift in orbita con un veicolo robotico, agganciarlo e spingerlo su un’orbita più alta e stabile. Il mezzo, chiamato LINK e sviluppato dalla società statunitense Katalyst Space Technologies, è stato lanciato nel luglio 2026 con l’obiettivo di effettuare il rendezvous e il reboost. Problemi tecnici e di controllo dell’assetto hanno però impedito l’aggancio, e il tentativo di recupero è stato abbandonato in agosto, togliendo all’osservatorio la possibilità concreta di evitare il rientro.
Nonostante l’esito negativo dell’operazione, Swift ha ripreso le osservazioni per un breve periodo dopo una pausa tecnica, riuscendo a raccogliere ulteriori dati utili prima della conclusione definitiva delle attività in ottobre. La scelta di proseguire finché possibile ha permesso alla comunità scientifica di estendere il patrimonio di misure in diverse bande dello spettro elettromagnetico.
Cosa accadrà durante il rientro
La fase di rientro sarà segnata da un rapido aumento della temperatura per attrito e compressione dell’aria. Intorno a quota 120 chilometri la struttura inizierà a scaldarsi in modo critico: le prime componenti a cedere saranno con buona probabilità le antenne e i pannelli solari, seguite dalla frammentazione del corpo principale. La maggior parte dei materiali dovrebbe bruciare o vaporizzarsi prima di raggiungere il suolo, ma elementi particolarmente resistenti — come componenti in tungsteno e parti degli specchi dei telescopi — potrebbero sopravvivere alla discesa.
Il punto di caduta di eventuali frammenti non è determinabile in anticipo. La traiettoria di Swift interessa una fascia compresa tra circa 21° di latitudine nord e 21° di latitudine sud, una regione che attraversa soprattutto aree oceaniche. Per questo la probabilità che residui raggiungano zone abitate è considerata molto bassa. Anche con questa incertezza intrinseca, il quadro di rischio rimane limitato e non include l’Italia tra le aree esposte.
Ventidue anni di scienza con Swift
Il Neil Gehrels Swift Observatory è stato lanciato nel novembre 2004 con una durata nominale di due anni, estesa poi ben oltre le aspettative fino a quasi 22 anni di attività. Il suo compito principale è stato individuare e studiare i lampi di raggi gamma (gamma-ray bursts), brevi emissioni di radiazione estremamente energetiche associate a eventi cosmici come il collasso di stelle massicce e la fusione di stelle di neutroni.
La forza della missione è stata la capacità di localizzare rapidamente questi fenomeni, orientare gli strumenti verso la sorgente e osservare le emissioni successive in diverse lunghezze d’onda. Nel corso della sua vita operativa, Swift ha rilevato oltre 2.000 lampi gamma e più di 1.400 supernovae, contribuendo a migliaia di pubblicazioni scientifiche e consolidando il proprio ruolo nelle allerte astronomiche globali. Anche dopo il rientro, l’archivio di osservazioni resterà a disposizione dei ricercatori e continuerà a generare risultati, a conferma di un’eredità scientifica che non si esaurisce con la fine della missione in orbita.
