Non sarà soltanto una consultazione per rinnovare una parte delle istituzioni americane. Le elezioni di midterm (metà mandato) del 3 novembre rappresentano un passaggio decisivo per il futuro della presidenza di Donald Trump e per gli equilibri politici degli Stati Uniti. Gli elettori voteranno in tutti i 50 Stati, distribuiti su sei fusi orari, per scegliere i nuovi componenti del Congresso e numerosi rappresentanti a livello locale. Il risultato potrebbe consegnare ai democratici il controllo di almeno una delle due Camere, riducendo sensibilmente il margine di manovra del presidente negli ultimi due anni alla Casa Bianca. Ma il voto offrirà anche un’indicazione sul clima politico del Paese e sulle prospettive in vista delle presidenziali del 2028.
Le elezioni di midterm, una prova storicamente difficile per chi governa
Le elezioni di midterm si svolgono a metà del mandato presidenziale, quindi ogni quattro anni, due anni dopo le elezioni per la Casa Bianca. Nel 2026 saranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 posti al Senato, oltre a numerosi incarichi statali. I senatori restano in carica sei anni, mentre i rappresentanti vengono eletti ogni due: per questo la consultazione coinvolge l’intera Camera e soltanto una parte del Senato. Per il presidente, però, la questione va ben oltre il rinnovo del Congresso. La composizione delle due Camere determina infatti la possibilità di approvare le leggi, sostenere l’indirizzo dell’amministrazione o ostacolarne le iniziative. Una maggioranza appartenente allo stesso partito del capo dello Stato può agevolarne l’agenda; al contrario, un Congresso controllato dagli avversari politici può rendere molto più complicato governare.
La storia americana mostra quanto sia difficile per il partito del presidente uscire indenne dalle elezioni di midterm. Dalla Seconda guerra mondiale, in 18 delle 20 elezioni di metà mandato il partito alla Casa Bianca ha perso seggi alla Camera. Considerando il periodo dal 1934 al 2022, i successi sono stati appena tre in 23 consultazioni: nel 1934 con Franklin Delano Roosevelt, nel 1998 con Bill Clinton e nel 2002 con George W. Bush. Le prime midterm risalgono addirittura al 1790-1791, durante la presidenza di George Washington, quando non esistevano ancora i due grandi partiti attuali. La prima importante competizione tra Repubblicani e Democratici arrivò nel 1858, con il Gop capace di conquistare più seggi dei rivali senza però ottenere la maggioranza assoluta alla Camera.
Le sconfitte dei presidenti e le rare eccezioni
Tra gli episodi più significativi della storia recente c’è la sconfitta subita da Bill Clinton nel 1994. I democratici persero 54 seggi alla Camera e otto al Senato, consentendo ai repubblicani di conquistare il controllo di entrambi i rami del Congresso. Fu la cosiddetta “rivoluzione repubblicana”, guidata da Newt Gingrich e dal programma Contract with America. A pesare furono le difficoltà incontrate dall’amministrazione sulla riforma sanitaria e la mobilitazione dell’elettorato conservatore. Quattro anni dopo, Clinton riuscì però a invertire la tendenza. Nonostante lo scandalo Monica Lewinsky e la procedura di impeachment promossa dai repubblicani, i democratici guadagnarono quattro seggi alla Camera, mantenendo le proprie posizioni al Senato. La solidità dell’economia e l’insofferenza di una parte degli elettori verso l’offensiva contro il presidente contribuirono al risultato.
Nel 2002 arrivò un’altra eccezione: sull’onda della mobilitazione patriottica seguita agli attentati dell’11 settembre, i repubblicani di George W. Bush conquistarono otto seggi alla Camera e due al Senato. Fu l’ultima volta che il partito di un presidente riuscì a guadagnare terreno in entrambe le Camere durante le midterm. Nel 2006, invece, la guerra in Iraq, la gestione dell’uragano Katrina e gli scandali politici costarono al Gop 30 seggi alla Camera e sei al Senato. Anche Barack Obama dovette fare i conti con il voto di metà mandato. Nel 2010, tra le difficoltà economiche seguite alla Grande Recessione e la mobilitazione del Tea Party contro l’Obamacare, i democratici persero 63 seggi alla Camera e sei al Senato. Nel 2014 arrivò un’altra battuta d’arresto: il partito del presidente cedette 13 seggi alla Camera e nove al Senato, lasciando ai repubblicani il controllo di entrambe le Camere. È il fenomeno noto come six-year itch, la tendenza a punire il partito presidenziale durante il sesto anno di mandato.
Trump non riuscì a sottrarsi alla regola nel 2018: i democratici conquistarono 41 seggi alla Camera, sfruttando soprattutto la mobilitazione degli oppositori del presidente e il sostegno nei collegi suburbani. I repubblicani guadagnarono invece due seggi al Senato, grazie a una mappa elettorale favorevole. Nel 2022, infine, Joe Biden limitò le perdite: i democratici cedettero nove seggi alla Camera, ma ne conquistarono uno al Senato, conservandone il controllo. Tra i fattori che contribuirono al risultato ci furono la mobilitazione dopo la sentenza della Corte Suprema sull’aborto e le polemiche sui candidati repubblicani che contestavano la legittimità delle elezioni del 2020.
Trump paga il malcontento e il costo della vita
Le previsioni per il 2026 sembrano confermare la tendenza storica. I democratici appaiono vicini alla riconquista della Camera, mentre anche il controllo repubblicano del Senato, fino a pochi mesi fa considerato relativamente sicuro, è diventato contendibile. Ai democratici basterebbero quattro seggi aggiuntivi alla Camera per ottenere la maggioranza. A rendere più complicata la posizione del presidente è soprattutto la sua popolarità. Il tasso di approvazione del suo operato viene indicato attorno al 35%, un livello inferiore a quello registrato durante il primo mandato, quando nel 2018 il Gop perse la Camera. In un contesto politico fortemente polarizzato, le elezioni locali finiscono sempre più spesso per trasformarsi in un giudizio sull’amministrazione nazionale: l’impopolarità del presidente può trascinare verso il basso anche i candidati del suo partito.
A questo si aggiunge il malessere economico. Nonostante le prospettive di crescita del Pil e un tasso di disoccupazione indicato al 4,2% a settembre, molti americani continuano a fare i conti con un costo della vita elevato e con il potere d’acquisto in diminuzione. L’inflazione, vicina al 4%, resta lontana dall’obiettivo del 2% della Federal Reserve. I tassi d’interesse e i mutui trentennali, arrivati a una media nazionale del 7,4%, rendono inoltre più difficile accedere al mercato immobiliare. Gli indici di fiducia dei consumatori sono ai livelli più bassi degli ultimi cinquant’anni, persino inferiori a quelli registrati durante la pandemia e la crisi del 2008. Anche la politica estera contribuisce al malcontento: la guerra contro l’Iran, diversamente da quanto avvenuto in altre occasioni nella storia americana, non ha prodotto una significativa coesione attorno alla figura presidenziale. Una larga maggioranza degli elettori critica il conflitto e auspica che finisca rapidamente.
Il possibile scenario dopo le midterm
Se le previsioni saranno confermate, dal gennaio 2027 Trump dovrà affrontare gli ultimi due anni del mandato con un Congresso diviso. La conseguenza più immediata delle elezioni di midterm potrebbe essere una forte difficoltà nel portare avanti il programma legislativo. L’attuale Congresso ha già mostrato una produttività limitata, lasciando ampio spazio al ricorso del presidente agli strumenti esecutivi. Con una Camera controllata dai democratici, il confronto tra i due partiti diventerebbe ancora più centrale. Un terreno particolarmente delicato sarà quello della legge di bilancio, che richiederà negoziati e compromessi. Senza un accordo, gli Stati Uniti rischierebbero uno shutdown, cioè la sospensione di una parte delle attività federali, oppure il ricorso all’esercizio provvisorio.
La perdita della maggioranza avrebbe anche conseguenze all’interno del Partito repubblicano. Un Trump indebolito potrebbe incontrare maggiori difficoltà nel mantenere compatto il proprio schieramento. Esponenti del Gop potrebbero sentirsi più liberi di criticarlo e prendere le distanze dalla Casa Bianca, anche per costruire una propria posizione in vista delle presidenziali del 2028.
Le inchieste democratiche e la partita per il 2028
Se conquistassero la Camera, i democratici avrebbero inoltre a disposizione gli strumenti d’indagine delle commissioni parlamentari. Potrebbero avviare inchieste sui conflitti d’interesse e sulle vicende controverse legate alla seconda presidenza Trump, convocando persone a testimoniare attraverso i cosiddetti subpoena, gli ordini che impongono di comparire e deporre sotto giuramento.
Queste iniziative avrebbero una duplice funzione: esercitare un controllo sull’amministrazione e mantenere sotto i riflettori le questioni più contestate in vista delle elezioni presidenziali. Trump, dal canto suo, potrebbe reagire sfruttando le prerogative del proprio incarico, contestando legalmente le convocazioni e cercando di impedire o limitare le testimonianze. Resta anche il rischio di un nuovo scontro sulla validazione del risultato elettorale, soprattutto se la vittoria democratica non fosse sufficientemente netta. Il precedente è quello del 2020, quando Trump contestò l’esito delle presidenziali e ostacolò la transizione dei poteri.
Le midterm, tuttavia, non permettono di prevedere automaticamente chi conquisterà la Casa Bianca nel 2028. Tra il 1952 e il 2012, in sei dei casi in cui il partito del presidente aveva perso seggi alla Camera a metà mandato, era poi riuscito a eleggere un nuovo presidente; in altri sei aveva invece perso la Casa Bianca. Il voto del 3 novembre dirà quindi molto sul margine di manovra di Trump e sugli equilibri politici dei prossimi due anni, ma non determinerà da solo l’esito della successiva corsa presidenziale.
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