È iniziata la protesta dei lavoratori dell’indotto e delle imprese in appalto dell’ex Ilva di Taranto, dopo la ripartenza delle procedure per 2.500 licenziamenti collettivi e in vista dello stop dell’area a caldo dello stabilimento. Dopo l’assemblea convocata nella mattinata di lunedì 14 settembre davanti alla portineria imprese, Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato 24 ore di sciopero, accompagnate dal blocco delle strade intorno al siderurgico.
L’astensione dal lavoro è partita alle 9 di lunedì e proseguirà fino alle 7 di martedì 15 settembre. I lavoratori hanno occupato la strada provinciale per Statte, mentre è stato annunciato un ulteriore blocco sulla statale in direzione Bari.
“Sia chiaro che non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti i lavoratori”, hanno avvertito i sindacati nella comunicazione con cui è stato proclamato lo sciopero.
Il rischio di 2.500 licenziamenti nell’indotto
Al centro della mobilitazione c’è soprattutto il futuro occupazionale delle migliaia di persone impiegate nelle aziende che lavorano per l’ex Ilva. Gran parte delle imprese dell’indotto opera infatti proprio nell’area a caldo, occupandosi di manutenzioni, forniture, trasporti, pulizie industriali e altri servizi collegati alla produzione.
La situazione è precipitata dopo che la Corte d’Appello di Milano, l’11 settembre, ha confermato il provvedimento che impone lo spegnimento dell’area a caldo entro il 28 ottobre.
A fronte della prospettiva di fermata degli impianti, Aigi, l’associazione che rappresenta una parte delle imprese dell’indotto, ha riattivato le procedure per 2.500 licenziamenti collettivi in 28 aziende associate. Le procedure erano state inizialmente comunicate il 4 settembre e successivamente sospese l’8 settembre, dopo il confronto a Palazzo Chigi e su richiesta del Governo.
Anche Confapi ha prospettato il ricorso a licenziamenti collettivi e cassa integrazione, senza tuttavia avere ancora avviato formalmente le procedure, in attesa dei prossimi sviluppi nel confronto con l’esecutivo.
I sindacati: “2.500 famiglie nel baratro”
“Ci sono 2.500 famiglie nel baratro, fate presto”: è il messaggio arrivato dall’assemblea dei lavoratori riuniti davanti allo stabilimento tarantino.
Per Biagio Prisciano, segretario della Fim Cisl, è necessario “disinnescare immediatamente questa bomba sociale”, mettendo in sicurezza i lavoratori e garantendo il loro reddito attraverso strumenti straordinari. Ma, sottolineano i sindacati, gli ammortizzatori sociali non possono rappresentare l’unica prospettiva.
“Non vogliamo vivere di soli ammortizzatori sociali, non vogliamo vivere di licenziamenti, ma vogliamo vivere con un lavoro dignitoso che sia rispettoso di salute e ambiente”, ha spiegato Prisciano.
La prima richiesta è quindi quella di predisporre ammortizzatori sociali straordinari ad hoc per i dipendenti delle aziende dell’appalto e di fermare le procedure di licenziamento già avviate.
La richiesta di un nuovo piano industriale
A chiedere il ritiro immediato degli esuberi è anche Pietro Cantoro della Fim Cisl, secondo cui il Governo deve intervenire contemporaneamente sul fronte dell’emergenza occupazionale e su quello delle prospettive industriali.
“Il Governo ci dia un programma industriale di previsione di ripresa delle attività perché la gente ha bisogno di lavoro”, ha dichiarato Cantoro, sottolineando la necessità di affrontare con urgenza anche il tema della riconversione dello stabilimento.
Per i sindacati, il futuro dell’ex Ilva dovrà passare da un modello produttivo che garantisca contemporaneamente occupazione, tutela ambientale e decarbonizzazione. “I lavoratori non possono essere abbandonati al loro destino. Le persone hanno bisogno di garanzie e di futuro”, ha aggiunto Cantoro.
Atteso il nuovo confronto con il Governo
La mobilitazione apre una settimana decisiva per il futuro del polo siderurgico di Taranto. Per martedì 15 settembre è atteso un nuovo confronto a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati sulla crisi dell’ex Ilva, anche se fino alla vigilia non risultava ancora arrivata una convocazione formale alle organizzazioni sindacali e ai commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia.
Lo sciopero proclamato lunedì rappresenta quindi soltanto la prima iniziativa di mobilitazione. I sindacati hanno già avvertito che la protesta proseguirà qualora dal Governo non arrivino interventi concreti per tutelare i lavoratori dell’indotto e definire una prospettiva industriale per lo stabilimento.
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