Continua ad aggravarsi il bilancio della devastante alluvione che ha colpito il Nepal al confine con il Tibet. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla polizia nepalese, le vittime accertate sono 475, mentre 2.381 persone risultano ancora disperse. Tra gli irreperibili ci sono 644 cittadini stranieri.
Le operazioni di ricerca e soccorso proseguono nelle zone devastate, ma nelle ultime ore è scattato un nuovo allarme per il rischio di un’altra piena. Un lago formatosi a monte a causa dell’enorme quantità di detriti accumulati dopo il disastro ha infatti iniziato a straripare, facendo nuovamente salire il livello dell’acqua.
Oltre 2.300 dispersi, 644 sono stranieri
La polizia nepalese ha comunicato che finora sono state tratte in salvo 1.545 persone: 644 nel distretto di Rasuwa, 898 a Nuwakot e tre a Dhading.
Tra i 644 stranieri ancora irreperibili, il gruppo più numeroso è composto da 178 cittadini indiani, seguito da 65 statunitensi, 53 ucraini, 51 malesi, 35 australiani, 33 britannici e 25 canadesi.
Le autorità hanno dispiegato migliaia di uomini delle forze di sicurezza e diversi elicotteri per raggiungere le comunità rimaste isolate. Strade, ponti e infrastrutture sono stati spazzati via dalla violenza dell’acqua, rendendo estremamente difficili le operazioni.
Oltre 100 persone intrappolate nel tunnel
Particolarmente critica resta la situazione dell’Upper Trishuli Hydropower Project, dove l’esercito nepalese sta cercando di raggiungere oltre 100 persone ancora intrappolate in un tunnel.
I militari sono già riusciti a portare in salvo 350 lavoratori e residenti, ma le condizioni nell’area restano estremamente difficili. Due elicotteri sono stati inviati sul posto e, secondo l’esercito, uno dei problemi principali è riuscire a individuare gli ingressi del tunnel sommersi e circondati dai detriti.
Il lago straripa, sospesi i soccorsi
Nelle ultime ore è arrivato un nuovo allarme nel distretto di Rasuwa. Un lago creatosi dopo l’accumulo di detriti lungo il corso d’acqua ha iniziato a rompere gli argini, provocando un nuovo aumento del livello del fiume.
Per precauzione le autorità hanno temporaneamente sospeso le operazioni di soccorso in elicottero. Testimoni hanno raccontato di residenti in fuga verso le zone più alte mentre le autorità monitoravano l’evoluzione della situazione.
L’allarme riguarda le comunità situate lungo i sistemi fluviali collegati al Bhote Koshi e al Trishuli, già devastati dalla prima ondata.
Il crollo di un ghiacciaio all’origine della catastrofe
Secondo le ricostruzioni degli esperti, la catastrofe del 26 agosto sarebbe stata innescata dal collasso di una parte di un ghiacciaio ad alta quota nel Langtang National Park, vicino al confine con la Cina.
Una gigantesca massa di ghiaccio, rocce e sedimenti sarebbe precipitata verso il fondovalle, dando origine a una violentissima colata di detriti. Il fenomeno ha investito il sistema del Lhende Khola, del Bhote Koshi e del Trishuli, propagandosi per decine di chilometri.
In alcuni punti il livello dei corsi d’acqua sarebbe aumentato fino a nove metri in appena 30 minuti.
Inizialmente era stata valutata anche l’ipotesi di un terremoto. Le successive analisi hanno però indicato che il segnale sismico registrato nell’area sarebbe stato generato proprio dal collasso della massa di ghiaccio e roccia.
Soccorsi ancora in corso
La situazione resta estremamente instabile. Le squadre di emergenza continuano a scavare nel fango e tra le macerie alla ricerca dei dispersi, mentre elicotteri vengono utilizzati per raggiungere le comunità isolate e trasportare viveri e medicinali.
Con migliaia di persone ancora irreperibili e il pericolo di nuove piene non ancora scongiurato, le autorità avvertono che il bilancio della catastrofe resta provvisorio e potrebbe ulteriormente aggravarsi.
