È morto Ratko Mladic, l’uomo che più di ogni altro ha finito per incarnare le atrocità della guerra di Bosnia. L’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco aveva 84 anni e stava scontando l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. È deceduto il 27 agosto mentre era ricoverato all’Aja, dopo anni segnati da condizioni di salute sempre più precarie. Il Meccanismo residuale dei tribunali penali internazionali delle Nazioni Unite ha disposto un’indagine completa sulle circostanze della morte, come previsto dalle procedure.
Per il mondo Mladic è stato il “boia di Srebrenica” o il “macellaio dei Balcani”. Per una parte del nazionalismo serbo, invece, il suo nome continua ancora oggi a essere associato alla difesa del popolo serbo. Una contrapposizione che la sua morte non ha cancellato e che racconta quanto il passato delle guerre jugoslave continui a dividere i Balcani più di trent’anni dopo.
Srebrenica, il genocidio di oltre ottomila uomini e ragazzi
Il crimine che ha consegnato definitivamente Mladic alla storia avvenne nel luglio del 1995. Le sue truppe conquistarono Srebrenica, enclave a maggioranza musulmana che le Nazioni Unite avevano dichiarato “area protetta”.
Nei giorni successivi più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi furono separati dalle donne, catturati e uccisi. Molti corpi vennero gettati in fosse comuni e successivamente spostati in altri siti nel tentativo di nascondere le prove. Ancora oggi i resti di circa un migliaio di vittime non sono stati ritrovati.
La giustizia internazionale ha stabilito che quello di Srebrenica fu un genocidio, il più grave massacro avvenuto sul suolo europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mladic ne fu riconosciuto come uno dei principali responsabili.
Ma Srebrenica rappresentò il punto culminante, non l’unico, della violenza attribuita alle forze sotto il suo comando.
Sarajevo sotto le bombe e il terrore contro i civili
Quando nel 1992 la Bosnia-Erzegovina dichiarò l’indipendenza, Mladic assunse il comando dell’esercito della Republika Srpska, l’entità proclamata dai serbo-bosniaci. Da quel momento guidò una campagna militare finalizzata alla conquista e al controllo di vaste zone del Paese e alla rimozione delle popolazioni non serbe.
Uno dei simboli di quella strategia fu l’assedio di Sarajevo, durato quasi 44 mesi. Dalle alture che circondavano la capitale, artiglieria e cecchini colpirono per anni la popolazione. Le stime più recenti citate dalle fonti balcaniche parlano di oltre 11.500 morti, appartenenti a tutte le comunità della città.
I giudici stabilirono che Mladic ebbe un ruolo nella campagna di terrore contro i civili di Sarajevo, oltre che nelle persecuzioni, nelle deportazioni, negli omicidi e nella presa in ostaggio di membri delle forze delle Nazioni Unite, alcuni dei quali furono utilizzati come scudi umani per scoraggiare gli attacchi della Nato.
La guerra di Bosnia lasciò complessivamente circa 100mila morti e più di due milioni di sfollati.
Sedici anni in fuga prima dell’arresto
Finita la guerra, Mladic riuscì a sottrarsi alla giustizia per quasi sedici anni. Divenne uno dei latitanti più ricercati d’Europa mentre cresceva la pressione internazionale sulla Serbia perché collaborasse con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.
La fuga terminò il 26 maggio 2011, quando venne arrestato nel villaggio serbo di Lazarevo, nella casa di un parente. Pochi giorni dopo fu trasferito all’Aja.
Il processo si concluse il 22 novembre 2017 con la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Una precisazione importante: non fu condannato all’ergastolo nel 2021. La sentenza arrivò nel 2017 e fu confermata definitivamente in appello l’8 giugno 2021.
Mladic non mostrò mai pentimento. Contestò la legittimità del tribunale e continuò a respingere le accuse anche davanti ai giudici.
Gli ultimi anni e le richieste di scarcerazione
Negli ultimi anni le condizioni di salute dell’ex generale erano peggiorate sensibilmente. La difesa e le autorità serbe avevano chiesto che potesse lasciare la detenzione per ricevere cure mediche, sostenendo che fosse ormai vicino alla fine della vita.
Le richieste furono respinte. Ancora nel maggio 2026 il tribunale aveva negato la liberazione per motivi umanitari, ritenendo che le cure necessarie potessero essergli garantite in detenzione.
Il 27 agosto Mladic è morto mentre si trovava ricoverato all’Aja. Le autorità olandesi hanno avviato le procedure previste dalla legge e la presidente del Meccanismo internazionale, Graciela Gatti Santana, ha affidato al giudice Iain Bonomy un’inchiesta sulle circostanze del decesso.
Una morte che non chiude Srebrenica
Anche le reazioni alla sua morte hanno mostrato quanto la memoria della guerra resti divisa. Il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik ha parlato di “omicidio” e ha ricordato Mladic come un comandante che avrebbe difeso i serbi. Una narrazione che sopravvive nei murales, nei graffiti e nei settori nazionalisti che continuano a considerarlo un eroe.
Dall’altra parte ci sono le famiglie delle vittime. Kada Hotic, che a Srebrenica perse il marito e il figlio, ha detto di essere grata al tribunale perché Mladic sia morto in carcere senza ottenere la liberazione. Il direttore del Memoriale di Srebrenica, Emir Suljagic, ha ricordato invece che la morte dell’ex generale non può modificare ciò che è stato accertato dai tribunali.
Mladic è morto. Le sentenze, le fosse comuni e le migliaia di vittime che hanno reso il suo nome sinonimo delle atrocità della guerra di Bosnia restano.
