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Alluvione tra Nepal e Tibet, almeno 362 morti. Due italiani tra i 27 turisti salvati. Altri tre risultano irreperibili

L'esercito del Nepal ha mobilitato migliaia di uomini per le operazioni di soccorso, mentre in Cina cresce anche il timore di una nuova piena

27 Agosto 2026 (Ultima modifica il 27 Agosto 2026 | 16:36)
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Le conseguenze dell'alluvione che ha travolto Nepal e Tibet

Le conseguenze dell'alluvione che ha travolto Nepal e Tibet | Safal Prakash Shrestha/ZUMA Press Wire - Alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Mercoledì 26 agosto una gigantesca ondata di acqua, fango e detriti ha devastato la regione himalayana al confine tra Nepal e Tibet, provocando un bilancio drammatico. Le autorità nepalesi hanno riferito di centinaia di vittime e di oltre 1300 persone ancora disperse, mentre sul versante tibetano se ne contano altre 558. Tra gli stranieri irreperibili ci sono centinaia di turisti. Secondo le prime valutazioni dell’US Geological Survey, all’origine dell’alluvione lampo ci sarebbe stato il crollo di un ghiacciaio seguito da una colata detritica, con conseguenze catastrofiche nelle aree situate a valle. L’esercito del Nepal ha mobilitato migliaia di uomini per le operazioni di soccorso, mentre in Cina cresce anche il timore di una nuova piena.

Alluvione in Nepal e Tibet, il bilancio della tragedia

L’Autorità nazionale nepalese per la riduzione e la gestione del rischio di disastri ha indicato 362 morti e 826 dispersi, tra i quali 529 turisti. Un’agenzia turistica attiva nella zona ha inoltre segnalato 47 persone, tra guide e clienti, di cui non si hanno più notizie dall’inizio delle inondazioni. Gli aggiornamenti successivi della polizia nepalese hanno portato il numero complessivo dei dispersi a 1400 e quello delle vittime a 362.

Sul lato cinese, nella contea tibetana di Gyirong, le autorità hanno riferito di 558 persone disperse, comprese 260 straniere, mentre tre persone sono state dichiarate morte. Non è ancora possibile stabilire con certezza se i dati cinesi e nepalesi comprendano persone eventualmente conteggiate da entrambe le parti.

Centinaia di stranieri ancora irreperibili

La gravità della situazione emerge anche dal numero di cittadini stranieri di cui non si conosce ancora la sorte in Nepal. Sono almeno 517 le persone straniere irreperibili: nell’elenco figurano 178 indiani, 100 cinesi, 65 statunitensi, 53 ucraini, 51 malesi, 35 australiani, 33 britannici e 25 canadesi. Mancano inoltre all’appello nove cittadini di Singapore, otto tedeschi e otto russi. Secondo quanto comunicato dalle autorità del Nepal, tra i dispersi ci sarebbero anche tre italiani.

L’Ente del turismo nepalese ha fatto sapere che le autorità stanno cercando di verificare la posizione e le condizioni di sicurezza dei viaggiatori presenti nelle aree colpite. Anche il ministero degli Esteri cinese ha comunicato che quasi 100 cittadini cinesi risultano dispersi sul territorio nepalese. L’ambasciata cinese a Kathmandu è impegnata nelle verifiche con le autorità locali.

Due italiani tra i 27 turisti salvati

Come riportato da Nepal News, che cita la National Disaster Risk Reduction and Management Authority (Ndrrma), nelle aree di Timure e Bhote Koshi, nel distretto di Rasuwa sono stati salvati 27 turisti, tra cui due italiani. I loro nomi, confermati dalla Farnesina, sono Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo.

Farnesina: tre casi di italiani ancora irreperibili in Nepal

Sono tre le situazioni specifiche di cittadini italiani ancora irreperibili in Nepal, rispetto alla decina di casi segnalati in mattinata. Lo rende noto la Farnesina, fornendo un aggiornamento sulle verifiche avviate dopo l’alluvione. Il primo caso riguarda Marco Ratto, che si trovava in uscita dal Nepal verso il Tibet. L’agenzia di viaggi cinese incaricata di prendere in carico il gruppo ha confermato di aver perso i contatti con lui al valico. La stessa informazione è stata comunicata alla famiglia anche dall’agenzia nepalese.

Il secondo caso riguarda invece una coppia italo-svizzera che stava viaggiando dal Tibet verso il Nepal. La Farnesina spiega che al momento non sono disponibili i riferimenti dell’agenzia di viaggio e non è ancora stato possibile confermare che i due abbiano attraversato il valico.

Il ministero degli Affari Esteri precisa inoltre che i dati forniti dalle autorità nepalesi si basano sulle informazioni condivise dai tour operator. Per questo motivo, tali dati possono essere imprecisi e non considerare le persone che non hanno effettuato l’attraversamento del valico.

Quattro spagnoli tra le persone scomparse

Anche la Spagna sta seguendo con attenzione la situazione. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha confermato che quattro cittadini spagnoli non sono ancora stati localizzati, precisando però che al momento non risultano morti di nazionalità spagnola. Il consolato onorario spagnolo in Nepal, l’ambasciata di Nuova Delhi e il consolato generale di Pechino sono stati mobilitati per fornire assistenza ai connazionali.

Cosa ha provocato l’alluvione lampo tra Nepal e Tibet

Le prime analisi dell’US Geological Survey indicano nel cedimento di una massa glaciale e nella successiva colata di detriti la possibile origine della devastante piena. Il distacco avrebbe riversato un enorme quantitativo di ghiaccio e materiale roccioso nel Lhende Khola, affluente del Bhote Koshi, generando una violentissima onda d’acqua capace di travolgere infrastrutture e stazioni di monitoraggio idrologico e di mettere in pericolo diversi impianti idroelettrici.

L’International Centre for Integrated Mountain Development sta studiando immagini satellitari, dati sismici e idrologici e informazioni raccolte sul terreno per ricostruire con precisione la dinamica. Alcuni segnali sismici sono stati rilevati a pochi chilometri dal luogo della valanga, ma gli esperti sottolineano che non è stato dimostrato alcun rapporto causale tra l’attività sismica e l’alluvione.

Fiumi cresciuti di nove metri in appena mezz’ora

La rapidità con cui l’acqua ha raggiunto le zone a valle rende particolarmente impressionante la portata dell’evento. A Galchchi, il livello del fiume Trishuli è salito di nove metri nell’arco di soli 30 minuti. Nello stesso intervallo temporale, a Malekhu l’incremento del livello delle acque è stato di sette metri.

La quantità di acqua e detriti movimentata dalla piena ha quindi lasciato pochissimo tempo per reagire alle comunità e alle strutture presenti lungo i corsi d’acqua.

Gli esperti: il cambiamento climatico può favorire altri crolli

Il glaciologo Simon Cook, docente all’Università di Dundee, ha spiegato alla BBC che un collega, analizzando le immagini satellitari, ha individuato la scomparsa di una porzione inferiore del ghiacciaio situato nei pressi dell’area colpita. Secondo Cook, questo elemento fa pensare a una valanga di ghiaccio o a un vero e proprio collasso glaciale.

Inizialmente era stata presa in considerazione anche l’ipotesi che un terremoto potesse aver innescato la valanga, ma il sismologo presente nel gruppo di ricerca ritiene più probabile che sia stato il crollo del ghiacciaio a raggiungere il fondovalle. Cook ha sottolineato inoltre come episodi analoghi siano stati osservati negli ultimi anni in diverse aree montuose, dall’Himalaya alla Svizzera fino alle Dolomiti italiane.

Secondo lo scienziato, il riscaldamento globale potrebbe contribuire a rendere più frequenti fenomeni di questo tipo. L’aumento delle temperature può infatti favorire lo scioglimento e il deterioramento del permafrost, che contribuisce a mantenere stabili alcuni versanti d’alta montagna. La conseguenza può essere una maggiore instabilità, con più frane, colate detritiche, acque di fusione glaciale, esondazioni dei laghi e crolli di ghiacciai. Gli esperti, tuttavia, considerano ancora prematuro attribuire un ruolo preciso al cambiamento climatico proprio nell’evento del 26 agosto.

Il timore di una seconda alluvione in Nepal e Tibet

L’emergenza potrebbe non essere ancora terminata. Gli enormi quantitativi di ghiaccio, roccia e fango trascinati dalla piena potrebbero infatti aver creato dighe naturali lungo i corsi d’acqua. L’Icimod sta verificando se, in corrispondenza di un tratto particolarmente stretto del fiume, i detriti abbiano temporaneamente bloccato il deflusso dell’acqua.

Se una di queste barriere dovesse cedere improvvisamente, l’acqua accumulata potrebbe liberarsi provocando una nuova ondata potenzialmente devastante per le comunità situate più a valle. In Cina, proprio per questo motivo, le squadre di soccorso stanno concentrando gli sforzi anche sulla messa in sicurezza di un lago di sbarramento formatosi a monte della zona colpita. I soccorritori hanno spiegato ai media statali che rimuovere le macerie e lavorare in sicurezza sarà possibile soltanto dopo aver eliminato questo ulteriore pericolo.

L’esercito nepalese mobilitato per i soccorsi

Sul territorio nepalese sono stati impiegati 2.000 militari, impegnati nelle operazioni di ricerca e salvataggio sia via terra sia con l’impiego di mezzi aerei. La complessità delle operazioni è particolarmente elevata sul versante tibetano, dove il maltempo e la conformazione remota del territorio ostacolano l’accesso alle aree devastate.

I soccorritori nepalesi sono comunque riusciti a raggiungere diverse persone rimaste intrappolate. L’esercito ha comunicato di aver salvato sette persone bloccate all’interno di una galleria appartenente a un progetto idroelettrico a Haku, nel distretto di Rasuwa. Sono ancora in corso gli interventi per raggiungere altre persone rimaste intrappolate in tre gallerie.

Nella zona di Timure, sempre nel distretto di Rasuwa, il numero complessivo delle persone tratte in salvo è arrivato a 95. Tra loro ci sono anche 21 turisti indiani, che avevano perso i contatti con l’esterno il giorno precedente mentre si trovavano proprio nell’area di Timure.

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