Non era soltanto una disputa su un contratto da 200 milioni di dollari. Lo scontro tra Anthropic e il Pentagono è diventato uno dei primi grandi casi giudiziari americani sui limiti dell’intelligenza artificiale applicata alla guerra. E, almeno per ora, a vincerlo è stata la società che sviluppa Claude.
La giudice federale Rita Faye Lin, della Corte distrettuale della California settentrionale, ha dichiarato illegittima la decisione con cui l’amministrazione di Donald Trump aveva inserito Anthropic nella categoria dei “rischi per la catena di approvvigionamento” della sicurezza nazionale. Una classificazione estremamente pesante, utilizzata storicamente contro società straniere considerate potenzialmente pericolose per i sistemi militari statunitensi e mai applicata pubblicamente prima a un’azienda americana.
Nella sentenza di 59 pagine, Lin sostiene che il governo abbia messo in atto una ritorsione contraria al Primo emendamento, privando inoltre Anthropic delle garanzie procedurali previste dal Quinto. La classificazione decisa dal segretario alla Difesa Pete Hegseth è stata definita anche “arbitraria e capricciosa”.
Perché Trump aveva messo Anthropic nella “lista nera”
Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna tornare all’inizio del 2026. Anthropic collaborava già con la Difesa americana e Claude era entrato anche nelle reti classificate del governo. Il rapporto, però, si era progressivamente deteriorato durante le trattative sulle condizioni di utilizzo dell’intelligenza artificiale.
Il Pentagono chiedeva di poter impiegare i modelli per tutti gli usi militari consentiti dalla legge. Anthropic poneva invece due limiti precisi: niente utilizzo di Claude per la sorveglianza interna di massa dei cittadini americani e niente sistemi d’arma letali completamente autonomi, cioè capaci di individuare e colpire un bersaglio senza un significativo controllo umano.
La società guidata da Dario Amodei sosteneva che gli attuali modelli di IA non fossero ancora sufficientemente affidabili per assumere decisioni autonome in grado di provocare la morte di una persona. Sul fronte della sorveglianza, invece, Anthropic riteneva che un utilizzo indiscriminato della tecnologia avrebbe potuto violare diritti fondamentali.
Il Pentagono considerava quelle restrizioni incompatibili con le proprie esigenze operative: secondo l’amministrazione, un’impresa privata non avrebbe dovuto stabilire quali impieghi militari, purché legali, fossero consentiti alle forze armate.
L’ultimatum di Hegseth
A febbraio la tensione era arrivata al punto di rottura. Hegseth aveva intimato ad Anthropic di rimuovere le limitazioni, arrivando a valutare anche il ricorso al Defense Production Act, la legge che permette al governo, in particolari circostanze legate alla sicurezza nazionale, di obbligare le aziende a dare priorità alle esigenze della Difesa.
Anthropic non aveva ceduto.
Il 27 febbraio Hegseth aveva quindi classificato la società come “supply-chain risk”, mentre Trump aveva ordinato alle agenzie federali di interrompere l’utilizzo dei suoi prodotti. Una misura dalle conseguenze potenzialmente enormi: Anthropic aveva avvertito che l’esclusione avrebbe potuto provocare miliardi di dollari di perdite, oltre a un grave danno reputazionale.
Ed è proprio la natura della classificazione ad avere avuto un peso decisivo nella battaglia giudiziaria. Lo strumento nasce infatti per proteggere le infrastrutture militari da aziende che potrebbero consentire infiltrazioni, sabotaggi o interferenze da parte di avversari. Secondo Anthropic, il governo lo aveva invece utilizzato per punire una società americana che aveva rifiutato determinate condizioni contrattuali.
La giudice: la sicurezza nazionale non è un “assegno in bianco”
È questa ricostruzione che il tribunale californiano ha sostanzialmente accolto.
Lin ha stabilito che non esistevano elementi sufficienti per trattare Anthropic come un effettivo pericolo per la sicurezza della catena di approvvigionamento. Anzi, il fatto che il governo avesse continuato a cercare forme di collaborazione con la società anche durante lo scontro rendeva, secondo la giudice, difficile sostenere che Claude rappresentasse realmente una minaccia di sabotaggio.
Il principio espresso nella sentenza va quindi oltre il caso specifico: invocare la sicurezza nazionale non permette al governo di utilizzare strumenti amministrativi per punire chi ne critica le decisioni.
Il tribunale ha annullato la classificazione decisa da Hegseth e bloccato le direttive collegate al bando. L’amministrazione può comunque presentare ricorso.
Una battaglia destinata a pesare sul futuro dell’IA militare
Anthropic ha accolto positivamente la decisione, precisando di voler continuare a collaborare con Washington sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la sicurezza nazionale.
La vicenda, però, è tutt’altro che conclusa. Resta aperto un altro contenzioso legato alle restrizioni imposte alla società e, soprattutto, rimane irrisolta la domanda che ha fatto esplodere lo scontro: chi stabilisce i limiti di un’intelligenza artificiale utilizzata in guerra?
Per il Pentagono, permettere ai produttori di software di imporre autonomamente restrizioni rischia di condizionare le capacità operative delle forze armate. Per Anthropic, invece, consegnare modelli ancora imperfetti a sistemi d’arma completamente autonomi significa accettare rischi che la tecnologia, almeno oggi, non è in grado di controllare.
La sentenza californiana non decide quale delle due visioni sia quella giusta. Stabilisce però un limite importante: il governo non può trasformare una disputa sulle regole dell’intelligenza artificiale in una minaccia alla sicurezza nazionale senza dimostrare che quella minaccia esista davvero.
Ed è proprio per questo che il caso Anthropic-Pentagono potrebbe diventare un precedente importante nel rapporto sempre più complesso tra Silicon Valley, potere politico e guerra automatizzata.
