La Corte suprema israeliana ha annullato all’unanimità la decisione del governo di Benjamin Netanyahu di chiudere Army Radio, la storica emittente radiofonica delle Forze di difesa israeliane. A far cadere il provvedimento non è stata l’assenza di un potere formale dell’esecutivo, ma le ragioni che, secondo i giudici, hanno portato alla scelta: “considerazioni estranee e illegittime”, legate in particolare all’insoddisfazione di esponenti del governo nei confronti dei contenuti trasmessi dall’emittente.
La sentenza è stata redatta dal giudice Yechiel Kasher, con l’adesione dei giudici Daphne Barak-Erez e Alex Stein. Nelle conclusioni Kasher ha fissato il principio al centro della decisione: “Non si può accettare che un’autorità pubblica decida che, poiché le parole di un conduttore non sono di suo gradimento, debba ‘chiudergli il microfono’”. Un governo che utilizza il proprio potere per mettere a tacere opinioni sgradite, ha aggiunto la Corte, agisce in maniera incompatibile con i principi fondamentali di un ordinamento democratico.
La Corte: chiudere Army Radio è possibile, ma non per ragioni politiche
Il verdetto contiene però una precisazione importante. I giudici non hanno stabilito che Army Radio sia intoccabile, né hanno escluso in assoluto la possibilità di chiudere la stazione. Al contrario, hanno respinto la tesi secondo cui sarebbe necessaria una nuova legge del Parlamento: secondo la Corte, il governo dispone in linea di principio dell’autorità per prendere una simile decisione.
Ciò che rende illegittimo il provvedimento approvato dall’esecutivo Netanyahu è, secondo i magistrati, la motivazione dominante che lo ha accompagnato. Una chiusura basata su esigenze economiche, organizzative o sulla necessità di separare maggiormente l’esercito dal dibattito politico potrebbe essere legittima. Diverso è il caso in cui una stazione venga eliminata perché chi governa considera sgraditi i suoi contenuti, le opinioni espresse o le critiche rivolte all’esecutivo.
La sentenza cita in particolare le dichiarazioni del ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi, che aveva descritto Army Radio come una sorta di “roccaforte politica”. Per i giudici, alcune delle sue affermazioni hanno mostrato come l’obiettivo della chiusura fosse stato individuato prima ancora della conclusione del processo di valutazione, contribuendo a dimostrare l’esistenza di una motivazione politica.
Il piano del governo e lo stop della Corte
Il governo israeliano aveva approvato all’unanimità la chiusura dell’emittente nel dicembre 2025, dopo mesi di pressioni del ministro della Difesa Israel Katz. L’obiettivo era interrompere le trasmissioni entro il primo marzo 2026, mettendo fine a circa 75 anni di attività.
Katz aveva sostenuto che Army Radio, nata per servire i soldati israeliani, fosse diventata nel tempo una piattaforma per opinioni capaci di “attaccare” le Forze di difesa israeliane e i militari stessi. Netanyahu aveva invece osservato che una radio gestita dall’esercito e rivolta anche alla popolazione civile rappresentava un’anomalia per una democrazia, arrivando a paragonare il modello a quello esistente in Corea del Nord.
Contro la chiusura erano stati presentati diversi ricorsi e già alla fine di dicembre la Corte aveva congelato l’attuazione del provvedimento in attesa della pronuncia definitiva. Anche la procuratrice generale Gali Baharav-Miara aveva evidenziato possibili vizi procedurali e sostanziali nel processo decisionale seguito dal governo.
Army Radio è una delle principali emittenti pubbliche israeliane e, pur essendo finanziata dallo Stato e legata alle forze armate, opera con indipendenza editoriale. La sua possibile chiusura aveva alimentato un più ampio dibattito sulla libertà di stampa in Israele, mentre organizzazioni giornalistiche e gruppi per la tutela della democrazia avevano accusato il governo di voler indebolire gli organi di informazione critici nei confronti dell’esecutivo.
Con il verdetto del 20 agosto la Corte non chiude quindi definitivamente il dibattito sul futuro dell’emittente, ma pone un limite preciso: il governo potrà eventualmente tornare sulla questione, ma dovrà farlo attraverso un procedimento regolare e sulla base di motivazioni oggettive, non per silenziare opinioni considerate politicamente sgradite.
