Il fallimento del Memorandum of Understanding con l’Iran è stato accompagnato da dichiarazioni sulla Corea del Nord e da minacce all’Oman pronunciate dal presidente Donald Trump. Il MoU, che avrebbe dovuto portare in 60 giorni alla rinuncia dell’arricchimento e a una de-escalation completa nella regione, è scaduto senza risultati concreti, e la Casa Bianca ha reagito con una serie di uscite pubbliche usate come una tattica di distrazione.
Il confronto sul MoU con l’Iran e il segnale di David Weller
David Weller, ex numero due dell’Agenzia per l’Energia Atomica a Vienna, aveva previsto una battuta d’arresto per l’intesa con Teheran: «Conosco a fondo gli iraniani, sono negoziatori sofisticati, la tirano in lungo e non cederanno mai sulle loro questioni chiave come il nucleare. Per Trump ci sarà un brutto risveglio», aveva detto Weller. Nelle ore successive alla scadenza del MoU, Teheran ha lasciato intendere che la fine dell’intesa potrebbe aprire la strada a un’escalation militare nella regione, mentre la Casa Bianca ha considerato le opzioni disponibili senza poter effettuare un’operazione di terra che chiuderebbe la partita con gli Ayatollah.
La reazione pubblica del presidente è stata animata dalla consapevolezza di aver subito una sconfitta negoziale e dalla necessità di spostare l’attenzione mediatica su altri fronti: una dinamica che l’autore definisce come strategia di distrazione.
Dichiarazioni di Trump su Corea del Nord, Corea del Sud e le accuse a Seul
Nel giro di poche ore il presidente ha rivelato di aver interloquito con il leader nordcoreano Kim Jong Un, citando in conferenza stampa la frase «ho un ottimo rapporto e ha risposto al mio messaggio». Contemporaneamente ha annunciato la volontà di interrompere esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud che durano da 70 anni e hanno come obiettivo il contenimento della minaccia nordcoreana.
Il presidente ha inoltre accusato Seul di non aver pagato i canoni per il mantenimento delle basi americane e di non aver sostenuto l’America in un eventuale conflitto con l’Iran. La prima affermazione è falsa: la Corea del Sud ha pagato fino all’ultimo centesimo, anche dopo aumenti imposti dall’amministrazione, e l’amministrazione Trump non aveva pianificato un coordinamento preventivo con la Corea, il Giappone o l’Europa prima di ipotizzare un attacco all’Iran.
Minacce all’Oman, impatto energetico e riflessi politici interni
Per completare la serie di uscite pubbliche, il presidente ha minacciato di «obliterare» l’Oman, alleato degli Stati Uniti nella regione dello Stretto di Hormuz, un elemento di ulteriore distrazione dalla debolezza negoziale rilevata con l’Iran. E le conseguenze pratiche? Un aumento dei prezzi della benzina, con i valori già tornati «anche a 4.50 e a 5 dollari al gallone», e una possibile destabilizzazione del rapporto con un alleato storico come la Corea del Sud.
Anche il quadro politico interno è da considerare: la sconfitta di candidati protetti dalla Casa Bianca è un segnale di una presidenza che fatica a imporre i propri referenti, con l’esempio di Amir Hassan, un veterano della marina sconfitto alle primarie in Michigan dall’outsider Tom Smith. Sul piano elettorale, tali incongruenze indeboliscono il partito repubblicano in vista dei midterm di novembre e mantiene il pronostico «marginalmente a vantaggio dei democratici». Questa dinamica si inserisce nell’«Era dell’Incertezza» descritta da John Kenneth Galbraith nel 1977.
Nel complesso, la divagazione di Trump come una strategia che punta a oscurare un fallimento negoziale, ma che non modifica l’esito politico: la perdita contrattuale con Teheran e i possibili effetti sul piano energetico e sulle alleanze rimangono i fatti centrali su cui si misureranno i prossimi sviluppi.
