Si allarga il caso dell’asilo nido della provincia di Monza e Brianza finito al centro di un’inchiesta per presunti maltrattamenti sui bambini. Dopo l’arresto della titolare della struttura e di una giovane educatrice, emerge infatti il racconto di un altro genitore, che ha deciso di rivolgersi alla polizia dopo aver collegato alcuni episodi avvenuti nei mesi scorsi a quanto emerso dalle indagini.
L’uomo, indicato con il nome di fantasia Giuseppe, ha raccontato a Il Giorno di avere trovato in un’occasione il figlio di appena otto mesi con graffi e lividi sul volto, in particolare nella zona degli occhi e del naso. All’epoca, secondo la sua ricostruzione, dalla struttura gli sarebbe stato spiegato che il bambino era caduto da un gioco. Una versione che non lo aveva convinto e sulla quale, alla luce dell’inchiesta, vuole ora ottenere risposte.
Il padre: “Voglio vedere le immagini delle telecamere”
L’episodio risalirebbe a un pomeriggio di giugno. Il padre era uscito prima dal lavoro ed era arrivato al nido intorno alle 12.45. Una volta visto il bambino, aveva immediatamente chiesto spiegazioni.
“Mi sono trovato mio figlio con lividi su occhi e naso”, ha raccontato. La titolare avrebbe sostenuto che il piccolo fosse caduto da un gioco nel quale si era infilato nonostante non fosse adatto alla sua età. Una ricostruzione giudicata dal genitore poco credibile.
L’uomo sostiene inoltre di avere conservato i messaggi scambiati in quei giorni con la direttrice. Dopo aver appreso dai giornali quanto contestato agli indagati, ha quindi deciso di rivolgersi alla Squadra mobile. Il suo obiettivo è capire se le telecamere installate nella struttura abbiano registrato anche ciò che sarebbe accaduto a suo figlio.
“Voglio vedere le immagini riprese dalle telecamere”, ha spiegato. Il genitore sarebbe ora intenzionato a presentare una denuncia per consentire agli investigatori di verificare formalmente l’episodio.
Le accuse e ciò che sarebbe emerso dalle telecamere
L’inchiesta sul nido ha già portato all’arresto della direttrice e di una giovane educatrice. Al centro degli accertamenti ci sono le modalità con cui sarebbero stati trattati i bambini affidati alla struttura.
Secondo quanto emerso dalle indagini, le immagini avrebbero documentato presunte punizioni degradanti, carenze nell’accudimento e modalità inadeguate nella somministrazione di acqua e cibo, oltre a comportamenti ritenuti inappropriati nei confronti dei piccoli.
Il quadro investigativo è particolarmente delicato: la Procura ha ipotizzato anche i reati di violenza sessuale su minori ed esercizio abusivo della professione. Una delle due arrestate deve infatti rispondere anche dell’ipotesi di violenza sessuale. Le responsabilità individuali dovranno naturalmente essere accertate nel corso del procedimento.
Il bambino frequentava il nido da poche settimane
La famiglia aveva iniziato a portare il piccolo nella struttura il 27 aprile, dunque soltanto poche settimane prima dell’episodio dei lividi. La scelta era stata dettata soprattutto dalla necessità di trovare rapidamente un posto vicino a casa.
“Lavoriamo tutti e due e avevamo bisogno di una mano”, ha spiegato il padre. Il nido, secondo il suo racconto, era l’unico della zona ad avere ancora disponibilità.
La famiglia pagava 430 euro al mese per la frequenza dalle 7.30 alle 13, mentre per includere anche il pranzo sarebbero stati richiesti altri 150 euro. Proprio le condizioni della cucina avevano però suscitato perplessità nei genitori, che l’hanno descritta come “visibilmente sporca”.
La struttura sarebbe stata frequentata inizialmente da una quindicina di bambini, poi scesi a dodici. Attualmente risulta chiusa ufficialmente per ferie.
Le macchie di sangue sul body
Quello dei lividi non sarebbe stato l’unico episodio ad avere insospettito la famiglia. In un’altra occasione, una volta tornati a casa, i genitori avrebbero trovato alcune macchie di sangue sul body del bambino.
Anche in quel caso dal nido sarebbe arrivata una spiegazione: il sangue sarebbe appartenuto a una maestra, che si sarebbe ferita accidentalmente mentre aveva il piccolo in braccio.
Una versione che aveva lasciato dubbi nella coppia. “Ci siamo chiesti come fosse possibile. Cosa stava facendo con nostro figlio in braccio?”, ha raccontato il padre. Episodi che, considerati inizialmente separatamente, vengono ora riletti dalla famiglia alla luce delle contestazioni formulate nell’inchiesta.
La famiglia chiede aiuto al Comune
Per i genitori resta adesso anche un problema immediato: trovare un nuovo asilo per settembre. La famiglia ha chiesto un incontro con il sindaco, nella speranza che il Comune possa aiutare i nuclei coinvolti a individuare strutture alternative.
“Chiediamo solo che ci trovino un altro posto in cui mandare il nostro bambino, magari convenzionato con il Comune”, è l’appello del padre.
Intanto gli investigatori dovranno verificare se il racconto della famiglia possa aggiungere un nuovo tassello all’inchiesta e se le registrazioni delle telecamere consentano di ricostruire cosa sia realmente accaduto al bambino.
