La WNBA è finita al centro di un acceso dibattito sulla partecipazione delle atlete transgender allo sport femminile. A innescare il confronto sono state soprattutto le dichiarazioni di Sophie Cunningham, 29enne delle Indiana Fever, che in un’intervista a ESPN ha spiegato di voler «proteggere lo sport femminile» e le ragazze che lo praticano. Una posizione che ha immediatamente diviso il mondo del basket americano e che, nel giro di poche settimane, ha coinvolto ex campioni NBA, stelle di altri sport e la stessa Lega.
Le parole di Cunningham e le reazioni
Cunningham ha sostenuto che le atlete dovrebbero essere tutelate dalla possibilità di dover competere contro quelli che ha definito «uomini biologici». Le sue dichiarazioni hanno trovato consensi ma anche forti critiche. La francese Gabby Williams si è detta favorevole a giocare con atlete transgender, mentre Caitlin Clark ha assunto una posizione più prudente, affidando alle leghe e agli organismi competenti il compito di stabilire regole adeguate.
La discussione si è presto spostata anche fuori dal parquet. Stefanie Dolson, centro delle Seattle Storm, ha indossato una maglietta a sostegno dei diritti delle persone trans. Cunningham, invece, è stata pubblicamente appoggiata da Riley Gaines, ex nuotatrice e attivista conservatrice contraria alla partecipazione delle donne transgender nelle categorie femminili.
La foto delle due insieme ha provocato la reazione di Megan Rapinoe, da anni impegnata sui temi LGBTQ+, che ha criticato duramente Cunningham. Sul fronte opposto si è schierata anche l’ex campionessa di tennis Martina Navratilova, da tempo favorevole a criteri più restrittivi nello sport femminile.
La provocazione di Kanter Freedom e White
A rendere il caso ancora più esplosivo sono stati Enes Kanter Freedom e Royce White. I due ex giocatori NBA hanno annunciato polemicamente l’intenzione di dichiararsi eleggibili per il Draft WNBA 2027, sostenendo di voler mettere alla prova le regole della Lega sull’identità di genere.
Il contratto collettivo della WNBA stabilisce infatti che soltanto le giocatrici che sono donne possono competere, ma non contiene una definizione dettagliata legata all’identità di genere. Una zona normativa che i due hanno utilizzato per una provocazione politica. La WNBA ha però precisato che al momento non esiste alcun caso concreto di eleggibilità da risolvere e, in trent’anni di storia, nessuna donna transgender ha mai disputato una partita nella Lega.
La posizione della WNBA
Il tema è arrivato questa settimana sul tavolo della task force della WNBA contro odio e molestie, alla quale partecipano anche presidenti e general manager delle franchigie. La Lega ha condannato i tentativi «in malafede» di utilizzare la discussione per denigrare o emarginare altre persone, ribadendo allo stesso tempo l’impegno verso una competizione equa e un confronto con giocatrici e WNBPA.
La commissioner Cathy Engelbert ha lasciato aperta la porta a ulteriori discussioni sui criteri di eleggibilità. Il caso Cunningham, quindi, ha portato in primo piano una questione che per la WNBA è finora rimasta teorica, trasformandola in uno dei dibattiti più delicati della stagione.
