La Camera ha approvato a Montecitorio la riforma della legge elettorale con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astensioni. Il voto si è svolto a scrutinio segreto. Il testo passa ora al Senato per l’esame successivo, dopo la bocciatura, avvenuta martedì, di un emendamento sulle preferenze.
La decisione ha chiuso una giornata segnata dal voto sul capitolo preferenze: Fratelli d’Italia aveva sostenuto una proposta a firma Roberto Vannacci, mentre Lega e Forza Italia si erano espresse contro, determinandone la bocciatura e rendendo visibili le tensioni nella maggioranza. Bagarre in Aula prima delle votazioni, con i deputati delle opposizioni che hanno esposto dei cartelli di protesta con su scritto: “Meloni ha fallito”, “legge elettorale = legge truffa”, “la maggioranza non esiste più: a casa”.
La Camera approva la riforma sulla legge elettorale
Prima del voto finale erano presenti in Aula i ministri Giancarlo Giorgetti, Francesco Lollobrigida, Eugenia Roccella, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Carlo Nordio e Luca Ciriani. I lavori sono stati presieduti dal presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana. Lo scrutinio segreto ha confermato il testo con 217 sì e il risultato è stato verbalizzato al termine della votazione. Dai banchi della maggioranza si sono levati applausi e cori di compiacimento.
Il provvedimento arriva al Senato dopo che la fase alla Camera si è chiusa senza reintrodurre le preferenze. La divergenza registrata tra i partiti di centrodestra su quel punto, con Fratelli d’Italia favorevole alla proposta Vannacci e Lega e Forza Italia contrarie, è stata letta dai gruppi come segnale di frizione interna e ha accelerato la calendarizzazione del voto finale a Montecitorio.
Reazioni dei leader e dei gruppi
Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha definito il testo “legge truffa per passare da stabilità a inamovibilità” e ha avvertito che l’esecutivo ha dato priorità alla riforma in una fase segnata da altri problemi economici. La segretaria del Pd Elly Schlein ha affermato che “Meloni insegue Vannacci, maggioranza colabrodo“, indicando profili di incostituzionalità e criticità sulla parità di genere.
Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, ha annunciato in un video sui social che il suo gruppo non voterà la nuova proposta, motivando la scelta con la scomparsa delle preferenze e con le regole sulla raccolta firme per i partiti minori. Per Nicola Fratoianni (Avs) la riforma è una “schiforma” che allontanerebbe la centralità del Parlamento, mentre Matteo Richetti ha detto che il suo gruppo si è confrontato ma ritiene necessarie scelte istituzionali diverse.
Maria Elena Boschi ha invocato responsabilità per quanto avvenuto nel voto segreto. Ignazio La Russa ha osservato che “ogni voto può avere conseguenze politiche, ma nessuna sfiducia“. Riccardo Magi ha parlato di “colpo di stato elettorale” e ha motivato il voto contrario con la critica a un sistema che introdurrebbe un’investitura del capo. Angelo Bonelli ha dichiarato di aver proposto, insieme a Fratoianni, il ricorso al voto segreto per evidenziare i dissensi nella maggioranza; lo strumento è stato usato per far emergere voti non allineati.
Maggioranza, effetti interni e prossime mosse
La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze di martedì ha aperto una fase di incertezza nella coalizione di governo. Nel centrodestra è partita la conta dei cosiddetti franchi tiratori e, al suo interno, sono emerse valutazioni diverse su come procedere nell’iter parlamentare. L’esito non determina automaticamente una crisi di governo, ma i capigruppo stanno ragionando su possibili correzioni in seconda lettura o, in alternativa, sull’ipotesi di elezioni anticipate.
Il prossimo passo è l’invio formale del testo a Palazzo Madama per l’esame di competenza. Sul tavolo restano opzioni che vanno dalla modifica del testo in Aula al Senato fino a scelte di natura politica dentro la coalizione. Il provvedimento è ora all’esame del Senato e i gruppi preparano le contromisure: tra queste, la riproposizione dei temi già emersi a Montecitorio, a partire dalle preferenze, dalla parità di genere e dalla ripartizione dei poteri tra governo e Parlamento.
