Il 14 luglio, a Montecitorio, la Camera dei deputati ha respinto l’emendamento sulle preferenze presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc. Il voto, a scrutinio segreto, si è chiuso 188 no e 187 sì: è bastato un solo voto per ribaltare il risultato e mandare sotto la linea di maggioranza. La bocciatura ha fatto emergere accuse di «franchi tiratori» e ha riaperto il confronto sulla tenuta politica dell’esecutivo.
Nel linguaggio parlamentare il franco tiratore è il deputato che, approfittando dello scrutinio segreto, vota contro la linea del proprio partito senza dichiararsi dissidente. L’etimologia arriva dal francese franc-tireur — «tiratore libero» — e il termine è entrato nel lessico dei cronisti di Palazzo negli anni Cinquanta, come ricostruiscono i cronisti di Palazzo.
Lo scrutinio segreto è predisposto per tutelare la decisione del singolo parlamentare su materie considerate sensibili; la legge elettorale rientra esplicitamente in questa categoria. Per questo, come disposto dal presidente di turno Fabio Rampelli, non esiste un registro nominale delle preferenze: non c’è tabulato, non c’è resoconto individuale.
I numeri: tre metodi di conteggio
Sulla conta dei «traditori» circolano numeri diversi e ognuno produce una lettura politica. Secondo il Partito Democratico sono stati 36 i franchi tiratori nelle file della maggioranza; il capogruppo della Lega Riccardo Molinari ne ha stimati circa 31. Un calcolo più aritmetico mette invece conto il gap tra i voti teorici della maggioranza — circa 240 seggi — e i 187 sì effettivi, arrivando a 53 voti mancanti.
La differenza non è un mero dettaglio tecnico: le prime due cifre misurano chi ha materialmente votato contro, la terza include assenti e non votanti. In Aula erano presenti 366 deputati e hanno votato 363, evidenziando che l’assenza strategica pesa tanto quanto il voto contrario.
Gruppi e voti sotto osservazione
Le smentite ufficiali sono arrivate in fretta: Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia, ha negato coinvolgimenti degli azzurri e ha rivendicato compattezza. Fonti parlamentari, però, hanno segnalato discordanze interne in più gruppi e, pochi giorni prima, la Lega aveva visto bocciato per non ammissibilità un proprio emendamento sul terzo mandato per i presidenti di Regione, una questione sensibile per il Carroccio.
Dentro Fratelli d’Italia il malessere è stato evidente: il deputato Filini ha riconosciuto che i voti mancanti erano visibili e ha parlato di conseguenze da valutare; il presidente del Senato Ignazio La Russa ha provato a ridurre l’episodio a un «incidente» recuperabile, pur ammettendo che potrebbe richiedere una riflessione se non si risolvesse.
Queste reazioni non dimostrano nulla in modo automatico; però indicano che la maggioranza avverte un problema e non ha ancora individuato con precisione dove sia la falla.
Precedenti e perché i nomi restano ignoti
Il franco tiratore non è un’invenzione di questa legislatura. Le cronache repubblicane registrano casi analoghi soprattutto nelle votazioni a scrutinio segreto per l’elezione del capo dello Stato — con esempi che vanno da Carlo Sforza fino ai 101 grandi elettori che nel 2013 bloccarono Romano Prodi — e in altri passaggi parlamentari come il caso del ddl Zan al Senato nel 2021. Ogni volta la dinamica si ripete: urna chiusa, risultati che non tornano, autori senza volto.
Perché non si potrà mai conoscere la lista dei nomi? Perché lo strumento del voto segreto, come deciso dal presidente Rampelli e richiesto dalle opposizioni, impedisce la ricostruzione nominale. Ogni tentativo pubblico di stilare elenchi rimane nell’ambito delle illazioni politiche e non della documentazione verificabile.
Ultima nota pratica: il risultato numerico resta puntuale e incontrovertibile: 188 no, 187 sì.

