La Commissione elettorale centrale israeliana non ha trovato prove di frodi nelle elezioni parlamentari della scorsa settimana. La comunicazione, diffusa mercoledì 4 novembre, indebolisce il tentativo del primo ministro Benjamin Netanyahu e del suo partito, il Likud, di mettere in discussione il risultato del voto del 27 ottobre.
Netanyahu e alcuni suoi sostenitori avevano ripetutamente accusato i partiti arabi di aver “rubato” le elezioni, senza presentare prove a sostegno di una manipolazione su larga scala. Le contestazioni erano arrivate dopo un risultato che ha privato il blocco del premier della maggioranza parlamentare.
Le accuse di Netanyahu e il ruolo dei partiti arabi
Al centro delle contestazioni ci sono soprattutto i risultati ottenuti dalle forze politiche arabe, che hanno conquistato complessivamente 19 seggi nella Knesset, il Parlamento israeliano. Il Likud aveva sostenuto che alcuni attivisti legati ai partiti arabi avessero comprato voti e che soggetti stranieri avessero finanziato iniziative per influenzare la partecipazione elettorale.
Le accuse hanno riguardato anche presunti episodi di doppio voto e irregolarità nella gestione delle schede. Il partito di Netanyahu aveva chiesto di ritardare la pubblicazione dei risultati ufficiali in attesa della conclusione delle verifiche.
La Commissione elettorale ha però respinto le contestazioni generalizzate. Già nei giorni precedenti, il direttore generale ad interim Dean Livne aveva definito infondate le accuse di frodi sistematiche, affermando che le operazioni di voto si erano svolte nel rispetto della legge e che l’integrità delle procedure era stata tutelata.
L’indagine sulle possibili interferenze straniere
La vicenda non significa che tutte le verifiche siano state archiviate. Le autorità israeliane hanno avviato un’indagine circoscritta su possibili tentativi di interferenza straniera, affidata allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna.
Il capo dell’agenzia, David Zini, ha chiarito che l’indagine ha un ambito limitato e non riguarda un intero gruppo di elettori o una comunità politica. Anche il presidente della Commissione elettorale, Noam Sohlberg, aveva precisato che, persino qualora alcuni sospetti fossero confermati, ciò non avrebbe compromesso l’integrità del processo elettorale nel suo complesso né modificato il risultato.
Le accuse del Likud avevano coinvolto anche il Qatar, indicato come possibile finanziatore di iniziative per aumentare la partecipazione degli elettori arabi. Doha ha respinto le insinuazioni. Anche il partito arabo Ra’am ha negato qualsiasi coinvolgimento in operazioni illegali.
Il risultato elettorale e il futuro politico di Netanyahu
Le elezioni del 27 ottobre hanno lasciato il Parlamento israeliano senza una maggioranza immediatamente disponibile. Il blocco di Netanyahu ha ottenuto 53 seggi, mentre quello guidato dall’oppositore Gadi Eisenkot ne ha conquistati 48. I partiti arabi hanno raggiunto complessivamente quota 19, diventando potenzialmente decisivi nella formazione del prossimo governo.
Per ottenere la maggioranza nella Knesset, composta da 120 membri, sono necessari almeno 61 seggi. Né il blocco del premier né quello dell’opposizione ha raggiunto autonomamente questa soglia.
Il presidente israeliano Isaac Herzog dovrà ora consultare i rappresentanti dei partiti eletti e affidare a un candidato l’incarico di formare il nuovo governo. Nel frattempo, Netanyahu resta alla guida dell’esecutivo uscente.
La decisione della Commissione elettorale rende più difficile per il premier sostenere che il risultato sia illegittimo. Resta però aperta la partita politica per la formazione della maggioranza: le trattative tra i partiti e la possibilità di una nuova coalizione determineranno il futuro dell’esecutivo israeliano.
