Il tetto del 30% agli studenti stranieri nelle scuole italiane finisce nuovamente sotto la lente di Bruxelles. I trattati europei vietano le discriminazioni basate sulla nazionalità, un principio richiamato nel confronto sulla norma introdotta dal governo Meloni con il decreto Scuola.
La questione riguarda soprattutto gli alunni provenienti da altri Paesi dell’Unione europea, che potrebbero rientrare nel limite previsto dal provvedimento. La Commissione non ha però dichiarato illegittima la misura, sulla quale resta aperta la valutazione di compatibilità con il diritto comunitario.
Cosa prevede il tetto del 30% nelle scuole
Il decreto approvato a settembre stabilisce che, dall’anno scolastico 2027/2028, nelle classi prime gli studenti con cittadinanza non italiana che non soddisfano determinati requisiti non potranno superare il 30% del totale.
Per le elementari il limite riguarda gli alunni che non sono nati in Italia o non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Per medie e superiori, invece, si applica a chi non ha completato con successo almeno tre anni nel sistema scolastico italiano.
Le disposizioni interessano anche le nuove iscrizioni effettuate durante l’anno scolastico in corso. Quando una scuola non riesce a rispettare la soglia, gli uffici territoriali possono distribuire gli studenti tra istituti vicini, tenendo conto della distanza dalle abitazioni e delle esigenze familiari.
Perché l’Ue solleva la questione delle discriminazioni
Il problema nasce dal fatto che la norma non distingue tra studenti extracomunitari e cittadini di altri Paesi dell’Unione europea.
L’articolo 18 del Trattato sul funzionamento dell’Ue vieta le discriminazioni fondate sulla nazionalità nell’ambito di applicazione dei trattati. È su questo punto che si concentrano i dubbi sulla misura italiana.
Il 2 ottobre gli eurodeputati del Partito democratico, con un’interrogazione guidata da Nicola Zingaretti, hanno chiesto alla Commissione di verificare se i criteri stabiliti dal decreto rispettino le norme europee.
La posizione di Valditara
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha più volte difeso il provvedimento, sostenendo che l’obiettivo sia favorire l’integrazione e migliorare l’apprendimento dell’italiano, evitando un’eccessiva concentrazione di studenti con difficoltà linguistiche nelle stesse classi.
Il governo ha previsto anche risorse aggiuntive per il potenziamento dell’insegnamento della lingua italiana e la possibilità di deroghe nei territori in cui non sia possibile rispettare il limite.
Resta da chiarire se le modalità individuate siano compatibili con il principio europeo di parità di trattamento. Il richiamo al divieto di discriminazione non equivale, per il momento, a una bocciatura del decreto da parte di Bruxelles.
