La Cina si scaglia contro gli allarmi lanciati dai vertici delle principali aziende statunitensi di intelligenza artificiale, dopo che Dario Amodei, fondatore di Anthropic, ha chiesto di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati ottenendo il sostegno di Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk, alla guida di AI. Per Pechino, però, trasformare i rischi dell’IA in un terreno di scontro internazionale rischia di produrre l’effetto opposto a quello auspicato.
“Fomentare minacce, impegnarsi nel confronto e nella competizione dannosa non farà altro che ostacolare il processo di governance globale dell’intelligenza artificiale e non è nell’interesse di nessuno”, ha dichiarato lunedì 14 settembre 2026 Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, che ha invitato invece a promuovere un approccio “aperto, inclusivo e benevolo” allo sviluppo della tecnologia.
Dario Amodei chiede di rallentare lo sviluppo dell’AI: “Dobbiamo guadagnare tempo”
A riaccendere il dibattito è stato soprattutto Dario Amodei, amministratore delegato e cofondatore di Anthropic. In un lungo intervento pubblicato sabato 12 settembre, Amodei ha sostenuto che le aziende debbano “rallentare il ritmo” con cui aumentano le capacità dei propri modelli.
Non si tratterebbe di interrompere la ricerca, ma di creare abbastanza tempo per costruire sistemi di sicurezza adeguati. Tra le proposte ci sono valutatori indipendenti con accesso ai processi interni delle aziende, standard condivisi tra i principali laboratori e una maggiore cooperazione internazionale. Sam Altman ha condiviso pubblicamente l’idea, annunciando che OpenAI adotterà a sua volta valutatori indipendenti e persino Elon Musk si è detto d’accordo.
Secondo il CEO di Anthropic, nel giro di sei-dodici mesi sciami di agenti AI potrebbero acquisire capacità informatiche sufficienti a provocare danni per centinaia di miliardi di dollari. Negli ultimi mesi diversi test hanno mostrato agenti in grado di accedere o tentare di accedere autonomamente a sistemi informatici esterni.
AI, l’allarme sull’estinzione umana
Le dichiarazioni dei vertici delle aziende arrivano dopo avvertimenti apocalittici provenienti dagli stessi laboratori. Jacob Coxon, ricercatore che ha lavorato sia per OpenAI sia per Anthropic, si è dimesso sostenendo che le due aziende starebbero correndo verso una forma di superintelligenza capace di migliorarsi autonomamente, “scommettendo con le nostre vite”. Avrebbe aggiunto che l’intelligenza artificiale porterà allo sterminio del genere umano “nel prossimo decennio”.
A rincarare la dose è stato anche Evan Hubinger, ricercatore di Anthropic specializzato nell’allineamento dei sistemi AI, che ha risposto allo stesso thread iniziato da Coxon sostenendo che la possibilità che un’intelligenza artificiale possa arrivare a provocare l’estinzione umana è, secondo la sua valutazione personale, superiore al 10% entro il prossimo decennio.
Pechino teme i rischi, ma contesta la strategia Usa
La posizione cinese è però più complessa di un semplice rifiuto degli allarmi sulla sicurezza. Pechino stessa riconosce da anni il rischio che sistemi di intelligenza artificiale molto avanzati possano sfuggire al controllo umano.
Già nel 2024 un quadro sulla sicurezza elaborato sotto la supervisione della Cyberspace Administration of China contemplava la possibilità che futuri sistemi AI potessero procurarsi autonomamente risorse, replicarsi e arrivare a competere con gli esseri umani per il controllo. Xi Jinping ha inoltre ribadito che la tecnologia deve rimanere sotto supervisione umana.
Domenica il ministro della Sicurezza di Stato Chen Yixin ha a sua volta chiesto di rafforzare prevenzione e controllo dei rischi, avvertendo che alcuni modelli statunitensi avanzati potrebbero rappresentare una minaccia per le infrastrutture informatiche critiche della Cina.
Gli avvertimenti sull’AI? “Manuale da guerra fredda”
Il vero terreno dello scontro riguarda quindi chi debba stabilire le regole e con quali conseguenze geopolitiche. Amodei, infatti, ha accompagnato la richiesta di rallentare l’AI con un appello a mantenere il vantaggio tecnologico statunitense sulla Cina e a rafforzare i controlli sull’esportazione dei chip avanzati verso Pechino. Ed è proprio questo punto ad aver provocato la reazione più dura cinese.
Il Global Times, quotidiano vicino al Partito comunista, ha definito la proposta di Amodei un “manuale da Guerra Fredda”, accusando Washington di utilizzare la sicurezza per creare barriere tecnologiche e limitare lo sviluppo cinese. Per Pechino, dunque, i rischi dell’intelligenza artificiale esistono: ciò che viene respinto è l’idea che possano diventare il nuovo terreno su cui costruire il contenimento tecnologico della Cina.
