Il rincaro del greggio accelera dopo lo stop dell’oleodotto Est-Ovest saudita e il rinvio dei colloqui sul transito nello Stretto di Hormuz. Nei primi scambi in Asia, il Wti con consegna a ottobre si è attestato a 102,90 dollari al barile (+2,8%), mentre il Brent con consegna a novembre ha toccato 107,70 dollari (+2,9%). La spinta è arrivata in una fase già tesa sul fronte mediorientale e ha caratterizzato l’andamento del 14 settembre.
Con l’avvio delle contrattazioni in Europa e poi negli Stati Uniti, la corsa si è estesa: il Brent è salito fino a 108,45 dollari (+3,6%), sfiorando la soglia dei 110, e il Wti ha raggiunto 103,53 dollari (+3,5%). Di riflesso, ad Amsterdam il gas naturale ha guadagnato il 5,1%, portandosi a 83,58 euro al megawattora.
Petrolio gas oleodotto saudita: fermo e rotte a rischio globale
L’oleodotto Est-Ovest è stato chiuso il 10 settembre dopo un attacco che le autorità saudite hanno attribuito a droni di milizie irachene sostenute dall’Iran. L’infrastruttura, colpita la scorsa settimana, resterà in gran parte fuori servizio per il tempo necessario alle riparazioni. Su questo sfondo, la sensibilità del mercato è immediata.
La condotta attraversa il Regno per 1.200 chilometri e può convogliare fino a 7 milioni di barili al giorno. È un asset chiave nella strategia di Riad per spostare i flussi verso il Mar Rosso, riducendo l’esposizione al Golfo Persico e dunque al nodo di Hormuz, dove azioni riconducibili all’Iran hanno già ostacolato la navigazione commerciale.
Secondo funzionari informati sul dossier, la riparazione dei danni richiederà da tre a cinque settimane. Un’ipotesi allo studio prevede un ripristino parziale durante i lavori, con capacità ridotta. A valle dello stop, gli analisti stimano a rischio fino al 4% dell’offerta mondiale di petrolio, mentre le attività degli Houthi nell’area dello stretto di Bab el-Mandeb mantengono alta l’attenzione su un’altra rotta cruciale verso Suez.
Milano in calo, Londra e Hong Kong in controtendenza
Le Borse europee hanno aperto in territorio negativo e Milano ha segnato la flessione più marcata a -1,5%. Madrid ha ceduto l’1,1%, Francoforte lo 0,5% e Parigi lo 0,7%. In controtendenza, Londra ha messo a segno un +0,6%.
A Piazza Affari, pressione sui tecnologici: Prysmian e Stm hanno perso il 5,1%, in scia alla debolezza del comparto in Europa e ai timori di surriscaldamento degli investimenti nell’intelligenza artificiale. In parallelo, l’aumento del prezzo del greggio ha sostenuto Eni, salita dell’1%.
Il quadro più fragile sui tech era visibile già a Tokyo, complice un Brent stabilmente oltre i 107 dollari. Il Nikkei ha chiuso a 63.492,99 punti, in calo dello 0,81% (pari a -518 punti). Più a ovest, gli altri listini asiatici hanno mostrato impostazione moderatamente negativa: Seul perdeva il 3,2% a mercato aperto; Shanghai ha segnato -0,14%, Shenzhen -0,10% e Mumbai -0,16%. Hong Kong ha fatto eccezione con un +0,34%.
I rendimenti salgono prima della Federal Reserve
Il rincaro dell’energia riaccende i timori di nuove pressioni sui prezzi. Gli investitori riducono l’esposizione ai governativi e i rendimenti salgono: il Treasury statunitense si è portato in area 5%, in un movimento che ha coinvolto i principali mercati obbligazionari.
La Bce ha già alzato i tassi di 25 punti base. Ora l’attenzione va alla riunione della Federal Reserve di mercoledì. Incide anche la decisione del segretario al Tesoro Stati Uniti Bessent di aumentare gli acquisti di titoli a lunga scadenza, una scelta accolta con scetticismo da una parte degli operatori.
In Italia, lo spread Btp-Bund si è attestato a 88 punti base, con il rendimento del decennale al 4,41% a fronte del 3,52% del Bund. L’oro è rimasto poco mosso a 4.296 dollari l’oncia (+0,03%).
Sul mercato dei cambi, l’euro è sceso a 1,1551 contro dollaro. Lo yen ha proseguito nel rafforzamento sia sulla valuta statunitense, a 154,20, sia su quella europea, a 178,20. Sono livelli che confermano un quadro prudente in attesa delle decisioni della banca centrale americana.
