La bandiera palestinese può restare accanto alle altre al Lido, ha sostenuto Amos Gitai durante la conferenza stampa della Mostra. La posizione è arrivata mentre presentava fuori concorso The Road to Jericho, un lavoro che intreccia materiali d’archivio e voci storiche con immagini attuali dei beduini di Khan El Ahmar, lungo la strada per Gerico. Al tempo stesso, il regista ha ricondotto la scelta a un’idea di convivenza civile più ampia.
Una presa di posizione al Lido
L’indicazione è stata netta: “Lasciamo che tutte le bandiere siano unite”. Lo ha detto in risposta alle richieste, arrivate da più voci, di vedere il simbolo palestinese esposto insieme agli altri nello spazio della Mostra. In questo quadro, Gitai ha rivendicato la centralità delle opere palestinesi all’interno del programma, legando la visibilità dei simboli a un terreno di confronto culturale e non a una gara di schieramenti. Da qui l’invito a mantenere il piano del dibattito dentro il perimetro del festival, senza forzature ma senza esclusioni.
Il film e la costruzione narrativa
The Road to Jericho è tornato al Lido fuori concorso con un impianto che mescola materiali dei lavori precedenti a interventi di figure come Samuel Fuller, Jeanne Moreau, Arthur Miller e Yitzhak Rabin. Il tessuto del film mette in scena le condizioni dei beduini di Khan El Ahmar, comunità sotto pressione e a rischio di sgombero, con l’intento di affiancare passato e presente per leggere meglio le fratture del territorio. “È quasi un poema politico”, ha spiegato Gitai, sottolineando come l’innesto delle voci storiche serva a dare respiro all’osservazione del presente. In questo senso, il Lido è stato per lui un luogo utile a far dialogare materiali, memorie e testimonianze senza ridurre la complessità a slogan.
Dialogo, non scontro
La linea sulla bandiera si lega a una postura civica più ampia. Il regista ha chiarito di non essere ottimista sulla pace e ha definito la situazione brutta, molto brutta. Per questo, ha detto, il suo film vuole sollecitare il confronto e non alimentare «scontro e odio reciproco». «Credo che il Medio Oriente non sia diviso tra angeli e bastardi, perché credo che tutti siano entrambi», ha aggiunto, mettendo a fuoco una lettura che prova a sfuggire ai blocchi identitari. Al tempo stesso, ha rimarcato l’importanza che la Mostra lasci spazio a opere e simboli riconducibili a voci palestinesi, come parte di una discussione che resti civile e informata.
Il regista ha anche accolto con favore la decisione — presa, ha ricordato, in tempi stretti dalla direzione della Mostra e dalla Commissione — di presentare l’opera in un contesto che possa favorire un confronto reale tra pubblici diversi. Ha infine ribadito la distanza dall’agenda della politica ufficiale del Paese che ama: una distanza, ha precisato, motivata dalla preoccupazione per chi paga il prezzo dei conflitti e dalla convinzione che il cinema, qui, possa ancora creare un piccolo spazio di ascolto reciproco.
