Il nuovo film di Shinya Tsukamoto, Mr. Nelson, Did You Kill People?, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, adatta la storia vera di Allen Nelson e porta in primo piano la domanda che attraversa tutto il racconto: quale responsabilità ricade su chi ha premuto il grilletto. Non un proclama, ma un percorso, che segue un marine americano dal fronte alla sala di terapia, e poi alla scelta di raccontare pubblicamente ciò che ha fatto e visto.
Dalla caserma al fronte, e poi dentro
La pellicola segue il giovane Nelson, arruolatosi nei Marines per uscire dalla povertà, dall’addestramento a Camp Hansen, a Okinawa, fino all’impiego in Vietnam. Il dispositivo militare è mostrato come una macchina che standardizza: il nemico si riduce a sagoma, a categoria, a bersaglio. La trasformazione del protagonista ha un passo concreto e spietato; il giovane interpretato da Mark Merphy uccide, e il film non si rifugia nell’alibi dell’obbedienza. Da qui, la frattura che attraversa ogni scena successiva: ciò che è accaduto al fronte non resta confinato al fronte, ma scava, ritorna, insiste.
Una domanda che scardina le difese
Al centro si apre lo spazio dell’interrogazione: perché hai ucciso. Il dottor Neal Daniels, interpretato da Geoffrey Rush, conduce sessioni che attraversano anni e smontano una a una le giustificazioni automatiche. Emerge, gradualmente, l’ipotesi più scomoda: la guerra amplifica una stanza già pronta, fatta di violenze familiari, umiliazioni razziali, rabbia accumulata. Non solo cronaca bellica, dunque, ma un’indagine sulla responsabilità individuale. Eppure, il film non offre scorciatoie morali: mostra un processo, non un verdetto.
Nascita nella giungla e ritorno a casa
Nella sequenza di una nascita in una buca della giungla, la macchina della morte entra in crisi: il nemico riacquista un volto, la vita impone un tempo diverso. A quel punto, il ritorno negli Stati Uniti non chiude nulla. A ventitré anni, Nelson convive con rumori che lo travolgono, sonno spezzato, perdita di casa: segni compatibili con un disturbo da stress post-traumatico. Eppure, non si ritrae. Il racconto segue anche la scelta di testimoniare: nel tempo, Nelson terrà oltre 1.200 incontri in Giappone per dire cosa ha visto e cosa ha fatto, per spostare la narrazione dalla retorica alla responsabilità.
Attori, misura e una relazione che dura
Rodney Hicks, nei panni di Nelson adulto, lavora per sottrazione: più che rappresentare il trauma, lo abita. Rush, dal canto suo, resta, domanda, provoca e sa aspettare. La relazione terapeutica attraversa decenni senza promettere guarigioni spettacolari. Nessuno “salva” l’altro; qualcuno, semplicemente, resta abbastanza a lungo perché la parola diventi testimonianza e, forse, un frammento di espiazione.
In conferenza stampa, Tsukamoto ha dichiarato di voler lasciare agli spettatori «un piccolo trauma»: non per spettacolarizzare il dolore, ma per far percepire con il corpo la realtà della guerra e generare un momento di esitazione di fronte al suo richiamo. Il film, così, non resta confinato al Vietnam: interroga il presente, la continuità delle ferite, l’attrazione che la violenza continua a esercitare.
Una delle frasi che resta è formulata da una bambina, durante un incontro: “Signor Nelson, ha ucciso delle persone?”. Nessun eufemismo, nessuna perifrasi. La risposta richiesta è nuda, e in quella semplicità Tsukamoto trova la cornice etica del suo lavoro: non una facile redenzione, ma la consapevolezza che può cambiare il modo di raccontare e di ascoltare una testimonianza.
Con interpretazioni sorvegliate e una regia che privilegia la tensione interna, Mr. Nelson segna il ritorno di Shinya Tsukamoto a un territorio che gli è familiare: il corpo come campo di battaglia e la guerra come forza che modifica, spesso senza rimedio, chi la compie. È un film che insiste sulle domande e lascia al pubblico il compito più difficile: tenere lo sguardo aperto.
