Le famiglie dell’area euro hanno accumulato un’esposizione da circa 440 miliardi di euro verso i grandi titoli tecnologici statunitensi, spesso senza esserne pienamente consapevoli. Una concentrazione che potrebbe trasformare un’eventuale brusca correzione della corsa all’intelligenza artificiale negli Stati Uniti in un problema anche per il risparmio europeo.
A mettere in evidenza il rischio sono gli economisti della Banca centrale europea, che in un’analisi pubblicata sul blog dell’istituzione hanno esaminato le conseguenze che un ridimensionamento delle valutazioni legate all’AI potrebbe produrre nell’Eurozona. Il punto centrale è che un crollo del settore tecnologico americano difficilmente resterebbe confinato a Wall Street.
L’AI e il precedente delle grandi bolle tecnologiche
A preoccupare è innanzitutto il livello raggiunto dalle valutazioni azionarie negli Stati Uniti. Il rapporto CAPE, uno degli indicatori utilizzati per misurare quanto siano elevate le quotazioni rispetto agli utili, si trova vicino ai massimi storici.
L’entusiasmo per l’intelligenza artificiale ha contribuito in particolare alla corsa delle società tecnologiche. Il caso più evidente è Nvidia, il cui valore in Borsa è aumentato di circa venti volte dal 2022.
Gli economisti della Bce ricordano che dinamiche simili hanno accompagnato altre grandi rivoluzioni tecnologiche: dalle ferrovie del XIX secolo all’elettricità e alla radio negli anni Venti, fino a Internet e alla bolla delle dot-com negli anni Novanta.
In tutti questi casi si trattava di tecnologie destinate effettivamente a cambiare l’economia. Ciò non impedì però ai mercati di attraversare prima una fase di enorme entusiasmo e successivamente una brusca correzione.
La scommessa da 440 miliardi delle famiglie europee
È proprio qui che emerge il collegamento con l’Europa. Famiglie, assicurazioni e fondi pensione dell’Eurozona hanno accumulato importanti esposizioni alle “Magnifiche Sette”, il gruppo composto da Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla.
Per le famiglie il legame è prevalentemente indiretto. Negli ultimi anni è aumentato infatti il ricorso agli Etf a basso costo e ai fondi che replicano i grandi indici azionari globali e americani.
Poiché le Big Tech hanno raggiunto un peso enorme all’interno di questi indici, acquistare un prodotto finanziario diversificato può significare in realtà destinare una parte consistente dell’investimento proprio ai colossi tecnologici statunitensi.
Secondo i calcoli riportati dalla Bce, le famiglie dell’area euro hanno circa 440 miliardi di euro di esposizione ai titoli tecnologici Usa, senza necessariamente conoscere fino in fondo il rischio di concentrazione presente nei propri portafogli.
Anche compagnie assicurative e fondi pensione risultano significativamente esposti alle “Magnifiche Sette”.
Come potrebbe scattare l’effetto domino
Una caduta delle Big Tech non provocherebbe soltanto perdite per chi possiede direttamente o indirettamente quelle azioni. Il problema individuato dagli economisti riguarda soprattutto il possibile meccanismo di contagio attraverso i fondi di investimento.
Di fronte a una forte correzione, molti investitori potrebbero chiedere di ritirare il proprio capitale. Per soddisfare i riscatti, i gestori sarebbero costretti a vendere attività presenti nei portafogli, inizialmente quelle più liquide e successivamente, se le tensioni continuassero, anche altri asset.
Le vendite potrebbero deprimere ulteriormente i prezzi, provocando nuove perdite e spingendo altri risparmiatori a chiedere il rimborso dei propri investimenti. Una spirale capace di estendere le tensioni dalle azioni tecnologiche ad altre aree del mercato finanziario.
È per questo motivo che una correzione delle “Magnifiche Sette”, secondo l’analisi, non rappresenterebbe soltanto un problema per gli investitori privati, ma potrebbe assumere una dimensione di stabilità finanziaria per l’intera area euro.
Perché l’Europa non sarebbe immune
Il mercato europeo presenta comunque alcune differenze rispetto a quello americano. Le valutazioni azionarie dell’Eurozona sono più contenute e i listini europei hanno un peso maggiore di aziende appartenenti alla cosiddetta “old economy”, circostanza che riduce il rischio di una bolla tecnologica nata direttamente in Europa.
Ma questo non significa essere protetti da quanto accade negli Stati Uniti. I mercati azionari americani ed europei sono storicamente fortemente correlati e una correzione a Wall Street potrebbe quindi riflettersi rapidamente sulle Borse del Vecchio Continente.
Le conseguenze potrebbero inoltre andare oltre i listini, incidendo sulla fiducia di famiglie e imprese, sulle condizioni di finanziamento e sulle decisioni di investimento e assunzione.
Il problema dei margini di intervento
A rendere lo scenario più delicato c’è infine un’altra differenza rispetto alla crisi delle dot-com. Secondo gli economisti, oggi le istituzioni partirebbero da una situazione nella quale esiste meno spazio per utilizzare tagli dei tassi di interesse o politiche fiscali espansive per assorbire gli effetti di una crisi finanziaria.
Il vero rischio, quindi, non sarebbe una semplice discesa delle quotazioni tecnologiche, ma una correzione capace di coincidere con una fase di instabilità più ampia che le autorità faticherebbero a contenere.
L’analisi non sostiene che l’intelligenza artificiale sia destinata a fallire. Al contrario, la tecnologia potrebbe effettivamente trasformare profondamente l’economia, proprio come avvenuto con Internet. La questione riguarda quanto delle aspettative future sia già incorporato nei prezzi attuali.
Per milioni di risparmiatori europei apparentemente lontani dalla Silicon Valley, gli effetti di un eventuale ridimensionamento potrebbero essere già nascosti nei fondi, negli Etf, nelle assicurazioni e nei prodotti pensionistici presenti nei loro portafogli.
