L’Agnata è il primo luogo che Alice De André associa al nonno: la casa dove dice di aver trascorso i primi tre anni di vita rimane al centro del suo racconto, e nella sua abitazione oggi tiene un ritratto di Fabrizio che le fu dato dal padre quando si stava trasferendo in Sardegna. Nata nel 1999, pochi mesi dopo la morte del cantautore, Alice De André non lo ha conosciuto di persona ma ha costruito attorno a quella figura un rapporto di presenza quotidiana che racconta nel colloquio con il Corriere della Sera.
Nel racconto dell’attrice e autrice del progetto teatrale “Alice (non canta) De André” emergono gesti concreti di cura e di memoria: «A tavola volevo che ci fosse il piatto anche per lui, davanti alla tv mettevo un cuscino per lui accanto al mio», ha detto, spiegando che il ritratto «occupa metà salotto della casa che ho con il mio fidanzato» e che lei lo usa per parlare e chiedere sostegno.
Il legame con Fabrizio De André
Il rapporto di Alice con il nonno è descritto attraverso abitudini e scelte artistiche. Sul palcoscenico del suo spettacolo l’attrice cerca «questa presenza che io sento dentro», e collega a Fabrizio De André eredità di valori: l’amore per la vita, il rifiuto delle ingiustizie e «la vocazione a dare voce agli ultimi». Dice di aver studiato tutto ciò che poteva conoscere del cantautore, di aver letto i suoi testi e di essere andata «alle cantate anarchiche» per mantenere vivo il filo con la sua opera.
Il ritratto che domina il salotto non è solo un oggetto: è un punto di riferimento. Alice racconta che suo padre glielo diede in un momento di trasferimento e che oggi, nel dialogo privato con l’immagine, chiede sostegno per le scelte professionali e personali. Il progetto teatrale diventa così anche un modo per esplorare l’identità ricevuta: partendo da ricordi indiretti e da materiali studiati, l’artista costruisce una narrativa in cui il nonno è presenza attiva nella vita quotidiana, pur non essendole mai stato vicino fisicamente.
I rapporti familiari e le difficoltà economiche
Le relazioni interne alla famiglia compaiono nel racconto con nomi e valutazioni nette. Sul rapporto con Dori Ghezzi Alice risponde che «non credo meriti neppure una risposta» e precisa che non considera Ghezzi parte stretta della sua famiglia: «È la moglie di mio nonno, per me è sempre stata una sorta di zia, ma dobbiamo ammettere che ci siamo frequentate molto poco. Ciascuna dovrebbe rimanere nel suo e portare con sé la propria fetta di De André», ha detto.
Una voce ricorrente è poi quella del padre, Cristiano, il cui carattere Alice definisce con parole dure ma affettuose: «Essere sua figlia non è stato facile — ammette — è una testa di c…, ma non riesci a non volergli bene. È goffo, non cattivo. Si perde nei suoi pensieri, nei suoi viaggi. E tu lo raccogli e lo riporti dove deve stare». Alice riconosce anche il ruolo di sua madre, Sabrina, che l’ha sostenuta soprattutto nei momenti di crisi: cita la perdita economica del 2009, quando «mio zio fece dei passi sbagliati e perdemmo tutto. Anche la casa.»
Nel chiudere il racconto, Alice indica anche un legame con il mondo del sociale: ha incontrato Massimo Montini, presidente della fondazione Un futuro per l’Asperger onlus, e con lui «abbiamo costruito una stupenda famiglia allargata». Inoltre, tiene dei corsi presso quella fondazione, un elemento operativo che conferma il suo impegno oltre il palcoscenico.
