A 39 anni e alla vigilia della sua ventesima partecipazione agli US Open, non sembra avere alcuna intenzione di indicare una data per il proprio addio al tennis. È proprio da questa incertezza che prende avvio Novak Djokovic: il lupo d’inverno, il documentario dedicato al campione serbo e disponibile su Prime Video. Un progetto che ripercorre la sua vita, le origini, le grandi vittorie e gli episodi più controversi della sua carriera, ma che finisce per scontrarsi con un problema difficile da aggirare: la storia di Djokovic è ancora in corso e, almeno per ora, non esiste un vero capitolo conclusivo.
Djokovic e il futuro: “Non ho una data per il ritiro”
“Non ho una data di scadenza della mia carriera in mente”, racconta Djokovic nelle battute iniziali del film, rispondendo anche a chi da anni ipotizza un suo imminente ritiro. Il serbo osserva che molte persone sembrano volerlo considerare già vicino all’addio, nonostante continui a competere ai massimi livelli. Ed è proprio questa situazione a creare una certa tensione narrativa nel documentario: se il protagonista non sta ancora pensando concretamente di fermarsi, diventa difficile costruire attorno alla sua carriera il tradizionale racconto dell’ultimo atto.
Il film, diretto da Jason Hehir, autore di documentari sportivi come The Last Dance e André the Giant, affronta così una sfida diversa rispetto ai suoi lavori precedenti. Michael Jordan e André René Roussimoff erano figure già arrivate alla conclusione del proprio percorso; Djokovic, invece, è ancora un atleta in attività, con obiettivi e partite davanti a sé. Il documentario prova quindi a raccontare il tramonto di una carriera senza sapere quando quel tramonto finirà davvero.
Un’introduzione a Djokovic per chi conosce poco il tennis
Per chi non segue abitualmente il tennis, i 90 minuti del film funzionano soprattutto come una panoramica sulla vita e sulla carriera di uno dei più grandi giocatori della storia, capace di conquistare 24 titoli del Grande Slam. Per chi conosce già bene gli avvenimenti degli ultimi vent’anni, però, il racconto risulta meno sorprendente.
Il problema principale è proprio la mancanza di una risposta alla domanda “perché adesso?”. Altri grandi campioni hanno scelto momenti differenti per raccontarsi. Il documentario dedicato a Rafael Nadal è arrivato dopo il suo ritiro, mentre Roger Federer ha aspettato la conclusione della carriera per concentrarsi sui suoi ultimi anni da professionista. Nel caso di Djokovic, invece, il film arriva mentre la sua storia sportiva è ancora aperta.
Lo stesso campione serbo ha ammesso che condensare tutta la propria vita in un’ora e mezza era quasi impossibile. Per questo ha definito il progetto come un possibile punto di partenza, quasi il primo capitolo di un racconto più ampio. L’obiettivo era comunque lasciare una prima impressione significativa.
Djokovic rinuncia al controllo della propria storia
Un elemento particolare del progetto riguarda il coinvolgimento diretto di Djokovic. Il tennista non figura tra i produttori e ha scelto di affidare il racconto ad Amazon e alla squadra di Hehir, invece di realizzare personalmente il documentario come fanno molti altri sportivi.
La decisione nasce anche dalla volontà di osservare la propria vicenda attraverso uno sguardo esterno. Djokovic ha spiegato di apprezzare l’idea di raccontare la propria storia insieme a persone che non hanno un legame emotivo diretto con lui, lasciando quindi spazio a una prospettiva che considera più obiettiva. Il campione spera inoltre che il film possa interessare anche chi non segue il tennis e permettere di comprendere meglio gli episodi che hanno contribuito a formare la sua personalità.
L’infanzia nella Serbia della guerra
Le parti più emozionanti del documentario sono quelle dedicate agli anni dell’infanzia. Djokovic è cresciuto nella Serbia segnata dalla guerra e i racconti dei genitori e della moglie Jelena ricostruiscono una fase della sua vita nella quale il talento sportivo si è sviluppato insieme a responsabilità molto pesanti.
A soli 12 anni lasciò la famiglia e si trasferì in Germania per frequentare una prestigiosa accademia tennistica. Lontano dai genitori e dai fratelli, in un Paese di cui non conosceva la lingua, iniziò un percorso che avrebbe contribuito a trasformare il suo talento in una carriera straordinaria.
Il documentario introduce anche il termine serbo “inat”, una parola legata a una particolare forma di ostinazione e di volontà di reagire alle difficoltà. Djokovic la considera una componente fondamentale della propria mentalità: quando gli altri dubitano di te o sembrano essere contro di te, quella forza interiore può trasformarsi nella determinazione necessaria a dimostrare il contrario.
Secondo Jelena, molti bambini della generazione di Djokovic non avevano avuto la possibilità di vivere un’infanzia spensierata. Quando il serbo è diventato professionista, avrebbe quindi cercato anche il divertimento sul campo, atteggiamento che in alcune occasioni contribuì a renderlo meno amato dal pubblico.
Agassi, Nadal e il lato più complesso del campione
Tra le persone intervistate compare anche Andre Agassi, che per un periodo ha allenato Djokovic. L’ex campione statunitense collega proprio all'”inat” una parte dell’atteggiamento mostrato dal serbo durante le partite: per trovare la motivazione necessaria, Djokovic avrebbe talvolta bisogno di alimentare rabbia e spirito di rivalsa, nonostante una personalità descritta come naturalmente gentile.
Nel documentario interviene anche Rafael Nadal, mentre risulta significativa l’assenza di Roger Federer. La presenza di alcune delle figure più importanti della storia recente del tennis contribuisce comunque a collocare Djokovic all’interno di una generazione che ha segnato profondamente lo sport.
Il caso Australia torna al centro del racconto
Uno dei capitoli più interessanti riguarda la vicenda che nel 2022 portò all’espulsione di Djokovic dall’Australia alla vigilia degli Australian Open. Il campione era arrivato nel Paese senza essere vaccinato contro il Covid-19 e aveva ottenuto un’esenzione per poter partecipare al torneo, facendo riferimento alla recente guarigione dall’infezione.
La sua permanenza in Australia venne però bloccata dalle autorità. Dopo una prima decisione favorevole a Djokovic, la questione tornò nelle mani del governo e il visto fu nuovamente cancellato. Successivamente, un collegio di tre giudici stabilì che le autorità australiane avevano agito nell’ambito dei propri poteri, anche considerando le preoccupazioni relative alla salute pubblica e all’impatto che la presenza del giocatore avrebbe potuto avere.
Nel film Djokovic torna sulla vicenda e respinge l’idea di essere contrario ai vaccini. La sua posizione, spiega, sarebbe stata legata alla libertà individuale di decidere se sottoporsi o meno alla vaccinazione contro il coronavirus. Una scelta che ebbe conseguenze concrete anche sulla sua carriera, visto che per un periodo non poté disputare alcuni tornei negli Stati Uniti proprio a causa delle regole sull’accesso dei visitatori non vaccinati.
Il rapporto difficile con il pubblico australiano
Il caso del 2022 non viene raccontato soltanto come una disputa sulle regole sanitarie. Per Djokovic quella vicenda ha lasciato una ferita che sembra non essersi completamente rimarginata. Il ricordo è tornato anche nel 2025, quando il pubblico di Melbourne lo fischiò dopo il suo ritiro per infortunio nella semifinale degli Australian Open contro Alexander Zverev.
