Iran, le Guardie Rivoluzionarie iraniane non si fermano. A Teheran, mentre una fragile tregua con gli Stati Uniti tiene il fiato sospeso, il comando delle forze aerospaziali guida una corsa serrata per rifornire e aggiornare missili e droni. “Stiamo accelerando la produzione come mai prima”, ha detto Majid Mousavi, il loro comandante. Nel frattempo, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si trova sotto attacco, per alcune parole sulla possibile riapertura dello Stretto di Hormuz che hanno acceso nuove tensioni interne.
Iran, la tregua non ferma la tensione
Il generale Mousavi ha spiegato che, nonostante la pausa nei combattimenti, l’Iran ha aumentato la produzione di missili e droni. Riportato dall’agenzia Mehr il 19 aprile, ha sottolineato come Teheran riesca a mettere in campo nuovi armamenti più velocemente, mentre i Paesi occidentali faticano a far arrivare munizioni a causa di problemi logistici. “Il nemico è costretto a inviare munizioni a piccole dosi da lontano,” ha detto il comandante. Ha anche rivendicato il controllo iraniano su punti strategici come lo Stretto di Hormuz e il Libano, confermando la presenza forte della Repubblica Islamica nella regione.
Questa accelerazione nella produzione durante la tregua complica ulteriormente il quadro geopolitico. Da un lato si cerca la via diplomatica per evitare un’escalation, dall’altro le forze armate iraniane si preparano a ogni evenienza, migliorando armi e strategie proprio nel momento di calma apparente.
Il ministro Araghchi sotto tiro dalle Guardie Rivoluzionarie
Mentre si rafforzano le capacità militari, il ministro Araghchi affronta una crisi politica interna. Secondo la stampa israeliana, in particolare Channel 12, le Guardie Rivoluzionarie hanno lanciato attacchi durissimi nei suoi confronti. Tutto è scaturito da una sua dichiarazione pubblica – rilanciata venerdì scorso su X – in cui parlava della riapertura completa dello Stretto di Hormuz, notizia poi ripresa anche dall’ex presidente statunitense Donald Trump.
Le agenzie iraniane vicine ai pasdaran, come Tasnim, Fars e Mehr, hanno criticato Araghchi accusandolo di creare confusione e di dare un vantaggio politico agli Stati Uniti durante i negoziati. Secondo alcuni analisti, le sue parole avrebbero influito negativamente sul mercato petrolifero, abbassando i prezzi e facilitando la strategia americana. Nei corridoi del parlamento conservatore si parla già apertamente di una possibile rimozione.
Dietro a questa crisi c’è un più ampio spostamento di potere. Figure come il comandante Ahmad Vahidi stanno rafforzando il loro ruolo, mettendosi al centro delle decisioni militari e diplomatiche. Vahidi, ex ministro della Difesa e dell’Interno, si conferma un punto di riferimento fra esercito, intelligence e politica, modellando le scelte di Teheran. Le Guardie Rivoluzionarie non si limitano più solo al fronte militare, ma giocano un ruolo chiave anche nella gestione della diplomazia con Washington.
Tra diplomazia e pugno di ferro: l’Iran in bilico
Quanto accade a Teheran racconta di un equilibrio molto delicato. Da un lato c’è chi, come Araghchi, prova a mantenere aperti i canali diplomatici. Dall’altro, le Guardie Rivoluzionarie spingono per potenziare l’apparato militare, sfruttando la tregua per accumulare armi e prepararsi a ogni possibile sviluppo.
La battaglia sul controllo delle informazioni, come dimostra il caso Araghchi, mostra quanto peso abbiano ormai i pasdaran all’interno dello Stato e la loro volontà di dominare la scena. Nel frattempo, le scorte di missili e droni crescono, lasciando intendere che l’Iran vuole arrivare pronto a ogni eventuale nuova fase del conflitto regionale.






