Nel 2007, Chiara Poggi veniva uccisa a Garlasco. Oggi, a quasi vent’anni di distanza, la sua famiglia è di nuovo al centro delle cronache, ma non per il dolore che ancora porta dentro. Stavolta si parla di soldi, o meglio, di alcune somme versate da Alberto Stasi, condannato in via definitiva per quell’omicidio. Pochi euro, circa 300 al mese, niente che possa davvero cambiare la vita dei Poggi. Gian Luigi Tizzoni, l’avvocato della famiglia, lo sottolinea con forza: non è questione di interesse economico. Eppure, in mezzo alle polemiche e ai riflettori, questo dettaglio rischia di sparire, soffocato da un clima che preferisce il clamore alla verità, la spettacolarizzazione al rispetto per chi ha perso tutto.
Garlasco: la posizione della famiglia Poggi
Dietro le cause e le proteste, c’è un accordo transattivo che ha messo fine a un lungo contenzioso. Il risarcimento complessivo è di circa un milione di euro, ma alla fine la famiglia ha incassato meno, attorno ai 700 mila euro. Di questi, tra i 350 e i 400 mila sono già stati ricevuti, e gran parte è andata a coprire le spese legali, circa 150 mila euro. Il resto è conservato in un conto gestito dai Poggi. “Le somme mensili versate da Stasi non sono mai state toccate — precisa Tizzoni — e restituirle non creerebbe problemi alla famiglia”. Un chiarimento importante, visto che sui social si leggono spesso commenti distorti che dipingono una situazione ben diversa da quella reale.
La Procura Di Milano e la lotta contro gli attacchi social
Mentre si discute di soldi, la Procura di Milano deve anche fare i conti con un’ondata di odio e diffamazione rivolta alla famiglia Poggi e alle loro strette parenti, le cugine Paola e Stefania Cappa. Negli ultimi tempi sono arrivate una settantina di denunce per diffamazione, calunnia e stalking, un numero che parla chiaro sull’entità degli insulti e delle minacce, accentuate dall’apertura di una nuova indagine a Pavia. Le gemelle Cappa, in particolare, sono finite nel mirino di un centinaio di querele.
Dietro a questa escalation ci sono youtuber, blogger, testimoni considerati inattendibili e vari media, ma anche tanti anonimi nascosti dietro nickname, i cosiddetti “leoni da tastiera”. Il sostituto procuratore Antonio Pansa segue la situazione passo dopo passo, consapevole che questa vicenda è molto più di un semplice caso di cronaca nera. Qui si intrecciano indagini, dolore, ma anche la difficile convivenza con un dibattito pubblico spesso velenoso e fuori controllo.






