In una sfida al cardiopalma risolta sul filo di lana, Luiz Inácio ‘Lula’ Da Silva conquista nuovamente la presidenza del Brasile con il 51,79% dei voti (64.256.232 preferenze), staccando di poco più di un punto percentuale – appena 4.430.191 voti – il senatore Flávio Bolsonaro, fermatosi al 48,21% (59.826.041 voti) nonostante i sondaggi della vigilia lo indicassero in leggero vantaggio. Partito in svantaggio al primo turno, Lula ha ribaltato l’inerzia dello scrutinio grazie alla spinta determinante del nordest del Paese – con l’unica eccezione del Roraima – mettendo a segno vittorie schiaccianti in roccaforti come Piauí e Bahia.
La rete del bolsonarismo in Brasile: dalla casacca verdeoro alla spinta evangelica
Ma oltre alle aule della politica, il verdetto delle urne ha fatto risuonare un’eco profondo dentro gli spogliatoi e i campi da gioco del calcio brasiliano, un universo da anni profondamente intrecciato con il movimento bolsonarista.
Neymar, per esempio, non aveva mai nascosto da che parte stesse pendendo il suo cuore e il suo voto: l’invito ripetuto era quello di digitare il “22”, il numero del Partito Liberale di Bolsonaro sulla scheda elettorale. Già nel 2022 l’attaccante si era schierato a fianco del padre Jair; quest’anno la battuta di arresto è arrivata con il figlio Flávio, il quale ha ereditato non solo l’eredità politica paterna, ma anche l’abitudine di indossare la casacca verdeoro della Seleção durante gli eventi pubblici per farne un simbolo elettorale. Anche così si era conquistato il consenso di molte personalità del calcio brasiliano.
Un legame, quello tra il pallone e il movimento di destra, che coinvolge una schiera imperiosa di campioni: da Thiago Silva a Dani Alves, fino a Romário. L’ex Pallone d’Oro, pur avendo lasciato in modo clamoroso le file del Partito Liberale dopo l’elezione a senatore nel 2022, ha speso parole chiare per l’erede di Bolsonaro: “Il nostro Brasile ha bisogno di lui! Forza 22!”.
Sullo sfondo di queste dinamiche si muove l’influenza sotterranea, ma decisiva del mondo evangelico. Fin dagli anni Ottanta, l’associazione “Atletas de Cristo” ha unito generazioni di idoli – Kaká, Felipe Melo, David Luiz, Falcao e Felipe Anderson solo per citarne alcuni – con le iconiche magliette “I belong to Jesus” rimaste scolpite nella memoria collettiva. È stato proprio quell’universo religioso, sostenuto da monumenti del calcio come Rivaldo e Ronaldinho, ad aver garantito a Jair Bolsonaro quasi il 70% del consenso evangelico nel 2018.
Reazioni e veleni social: tra preghiere, tatuaggi e scontro aperto
A spoglio concluso, i social si sono trasformati in una tribuna. Lucio, ex perno difensivo dell’Inter del Triplete, ha affidato a Instagram il suo rammarico: “Oggi il risultato non è stato quello che ci aspettavamo, ma rimaniamo con la testa alta… Dio benedica il Brasile!”.
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Gli fa eco Dani Alves: “L’orgoglio costruisce un impero debole, la fede costruisce fondamenta eterne!”, così come Rivaldo, che ha pregato affinché Dio “ci guidi sui sentieri della pace”.
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Dall’altra parte della barricata, la voce fuori dal coro è quella di Richarlison, tra i rari sostenitori di Lula. L’attaccante ha pubblicato sui social la foto del tatuaggio di un tifoso con i volti dei campioni della Seleção, la bandiera, una comunità e il presidente Lula, accompagnata dalla frase “Hai fatto sorridere il Brasile”, storicamente legata all’eredità di Pelé. Un gesto che ha scatenato la reazione piccata di Neymar, che ha commentato con un’emoji ironica che ride fino alle lacrime.
Ma, del resto, la tensione era già altissima: nei giorni scorsi Richarlison aveva apertamente accusato Flávio Bolsonaro di essersi appropriato indebitamente di un’isola ad Angra dos Reis, nello stato di Rio de Janeiro, rivendicandone la proprietà. La partita politica si chiude qui, ma le fratture nello spogliatoio del Brasile sono destinate a far discutere ancora a lungo.
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