Parlano di nichilismo, rabbia, emergenza sociale, di destra e di sinistra. Nelle loro chat puntano il dito contro “l’individualismo imperante” che ha svuotato la collettività, mentre riaffiorano i richiami a Marx e all’antifascismo, conditi da quella provocazione tutta generazionale che spinge alcuni ragazzi a firmare i propri profili con i nomi di storici leader politici, da Bossi ad Andreotti.
Oggi il canale Telegram del Movimento 17 Ottobre sfonda quota 6.000 iscritti e si dirama in una ragnatela di chat locali, da Nord a Sud. Più che un semplice coordinamento per i cortei, la rete digitale è diventata la vera spina dorsale della protesta della Gen Z: un diario collettivo in cui l’analisi politica e sociale cede il passo anche a storie di vita vissuta. “Ho lavorato sabato 12 ore in un ristorante, mi hanno dato 96 euro lordi“, denuncia una ragazza. “Non posso permettermi l’università perché il part time non basta“, fa eco un altro. “A che serve studiare se poi rimane marcio il sistema?“, sbotta un terzo, mentre c’è chi inquadra così le prospettive di chi si laurea. “Oggi un ingegnere guadagna 1.500 euro come contratto iniziale, dopo lo stage“. Per molti, la conclusione arriva da sé, con l’invito e l’urgenza a scendere in piazza. “Se dobbiamo cambiare il sistema, dobbiamo cambiare anche la struttura del lavoro“. Fino a chi richiama i sacrifici fatti a casa. “Oggi abito da solo e sopravvivo, ma i miei genitori hanno fatto la fame per farmi arrivare a 18 anni“.

Attorno a questa spinta generazionale il raggio dell’insofferenza finisce per allargarsi a macchia d’olio. Dalle conversazioni emerge una piattaforma di proteste che tocca i nervi scoperti del Paese: la tutela del diritto allo studio e il rilancio dell’istruzione pubblica, le retribuzioni bloccate e l’impennata dei canoni d’affitto, fino ai rincari dei carburanti, alla crisi del settore agricolo e al progressivo smantellamento della sanità pubblica.
Tra le righe compare anche qualche passaggio di testimone, con i messaggi dei reduci del G8 di Genova pronti a incoraggiare le nuove leve e a raccomandare di restare compatti. Ma la piazza digitale è tutt’altro che monolitica. Farne una cronaca fedele significa registrare una pluralità di anime in costante confronto, perché dentro il canale convivono visioni ed estrazioni differenti. Da un lato c’è chi spera, auspica e punta su forme di mobilitazione pacifiche, dall’altro chi è convinto che l’unico modo per spezzare il silenzio delle istituzioni sia alzare la tensione per farsi ascoltare. In questo quadro, il canale Telegram opera essenzialmente come un “luogo di incontro virtuale” aperto per organizzare le proteste, senza che dai contenuti scambiati nelle chat, è bene dirlo, emergano contatti o connessioni organizzative con le frange violente protagoniste delle devastazioni urbane degli ultimi giorni.

Il manifesto del Movimento 17 ottobre
Sulle chat, intanto, le parole si sono già fatte documento politico nel manifesto ufficiale diffuso dalla rete. Il messaggio di partenza è netto. “Non ci rappresenta nessuno. Ci rappresentiamo da soli“. Niente segretari, tessere o portavoce da talk show. Il rifiuto dell’interlocuzione istituzionale è radicale, con il governo bollato come autoritario e accusato di rispondere al disagio giovanile solo con “un manganello e un decreto“. Ma la sfiducia colpisce anche i partiti e i sindacati tradizionali, fino ad arrivare alle realtà extraistituzionali di movimento, liquidate come inadeguate se intese ad “apporre il cappello” sulle proteste o a lucrare sulle lotte. La scelta dell’orizzontalità e dell’assenza di vertici viene rivendicata come un’esplicita opzione tattica e difensiva per non offrire bersagli a “schedature, fogli di via e repressione preventiva“, così come scrivono.
La fluidità diventa così una strategia dichiarata che attinge direttamente ai grandi movimenti internazionali, dalle assemblee fluide di Hong Kong con la filosofia be water, alle rivolte in Cile, fino alle piazze egiziane del 2011 e ai plenum serbi. L’obiettivo dichiarato non è soltanto la protesta d’impatto, ma trasformare ogni piazza in una “scuola di politica dal basso” per giovanissimi che rifiutano la mediazione e cercano la propria strada fuori dai canali tradizionali.
Accanto alla teoria c’è poi l’organizzazione sul campo. La community condivide filmati di formazione, dai servizi sulle rivolte in Cile (Fell in Love with Fire) alla Grecia di L’amore e la rivoluzione, fino ad Hong Kong (Revolution of Our Times) e fa girare un vademecum operativo dal titolo Safer in the street, con l’invito a stamparlo per la piazza. Il testo affronta il kit di sopravvivenza in manifestazione, spiegando come comportarsi di fronte a controlli o perquisizioni, i limiti e le utilità delle protezioni fisiche contro le cariche, la gestione dell’ansia da lacrimogeni e la tutela legale in caso di fermo, ricordando l’importanza di avvalersi della facoltà di non rispondere.

La protesta entra sempre più nel vivo
A confermare il clima d’attesa in vista dei prossimi appuntamenti è arrivato l’ultimo rilancio sui canali ufficiali del movimento. Con un avviso intitolato “Comunicazione importante”, firmato M1710, il gruppo ha fissato la pubblicazione di un secondo comunicato recante “indicazioni tattiche sulle otto piazze chiamate per sabato 24 ottobre“. Una presa di posizione netta in cui si evidenzia che “la repressione e la reazione del Governo purtroppo ci portano a prendere decisioni drastiche e tutelanti verso chi partecipa alle piazze“, prefigurando una ridefinizione delle strategie sul campo. Con questo bagaglio di rivendicazioni e strumenti, il Movimento continua a lanciare la chiamata sui social, fissando l’appuntamento ogni sabato alle 15 nelle piazze del Paese, da Milano a Roma, fino a Bologna, Firenze, Padova, Bari e Genova, con l’intento dichiarato di proseguire la mobilitazione.
È all’interno di queste chat che il malessere giovanile trova oggi una cassa di risonanza quotidiana, prendendo la forma di testimonianze dirette e strutturandosi in un fenomeno sociale di piazza che pone interrogativi precisi sia alle istituzioni che alla società.

