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Strasburgo respinge le contestazioni di Berlusconi sulla condanna per frode fiscale

La pena per la compravendita dei diritti tv Mediaset era stata fissata in 4 anni di reclusione, di cui 3 condonati dall'indulto del 2006

22 Ottobre 2026 (Ultima modifica il 22 Ottobre 2026 | 11:02)
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Silvio Berlusconi seduto con espressione seria durante un intervento pubblico

Silvio Berlusconi nel 2018 | Photo by Niccolò Caranti licensed under CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.en)

Redazione di Redazione

La condanna di Silvio Berlusconi a 4 anni di reclusione per la frode fiscale sulle compravendite dei diritti televisivi Mediaset ha superato oggi anche l’esame della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, sedici anni dopo la sentenza definitiva in Cassazione. Tre anni erano stati condonati dall’indulto del 2006. La Corte ha respinto i 12 argomenti presentati dall’ex presidente del Consiglio e, dopo la sua morte nel 2023, dai familiari.

La causa Silvio Berlusconi contro Italia, numero 8683/14, era stata introdotta l’8 aprile 2014. Il ricorso denunciava la violazione di altrettante garanzie fondamentali sancite dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950: il diritto a un tribunale indipendente, imparziale e precostituito per legge, la presenza e la partecipazione effettiva al processo, il diritto di difesa, la parità delle armi e il contraddittorio nella prova, la legalità e la prevedibilità della pena, il principio del ne bis in idem.

Il ricorso di Berlusconi e le astensioni nel collegio di Strasburgo

Il ricorso di Berlusconi, curato negli anni dallo scomparso Niccolò Ghedini con i professori Bruno Nascimbene e Andrea Saccucci, era stato ritenuto ammissibile dopo sette anni. Sono seguite dieci richieste di chiarimenti all’Italia; l’esame del merito è arrivato soltanto negli ultimi mesi, dopo alcuni passaggi legati alla scelta del giudice chiamato a rappresentare l’Italia nel collegio.

Il giudice ordinario italiano Raffaele Sabato si è astenuto, presumibilmente per la conoscenza con alcuni dei magistrati di Cassazione che nel 2013 condannarono Berlusconi. Avrebbe dovuto sostituirlo un giudice ad hoc, scelto dall’elenco prefissato per queste eventualità. Anche il professore Enzo Cannizzaro, ordinario di diritto internazionale e dell’Unione europea all’Università Sapienza di Roma, si è però astenuto.

Per completare il collegio formato dai giudici degli altri Stati, la Corte ha quindi fatto ricorso ad Alain Chablais, giudice ordinario del Liechtenstein, nominato ad hoc per l’Italia in questa causa. Chablais è un giurista svizzero: il Liechtenstein lo aveva scelto fin dall’inizio non avendo trovato entro i propri confini un giurista all’altezza dell’incarico.

La sezione feriale, la sede del processo e i testimoni

Le difese avevano riproposto a Strasburgo numerose questioni già sollevate senza successo nei diversi gradi di giudizio in Italia. Una riguardava l’assegnazione del ricorso finale alla sezione feriale della Cassazione nell’estate del 2013, sulla base di una segnalazione di imminente prescrizione del reato che la difesa riteneva errata.

Un’altra contestazione riguardava la sede del processo di merito: Milano anziché Brescia. Secondo Berlusconi, il trasferimento sarebbe stato necessario perché 62 magistrati del distretto di Milano erano azionisti di Mediaset all’epoca dei fatti e, quindi, potenziali persone offese o danneggiate. Anche questa doglianza è stata respinta.

Un capitolo del ricorso riguardava la riduzione delle liste dei testimoni della difesa, ritenuti superflui, e il mancato riconoscimento dei legittimi impedimenti invocati dall’allora presidente del Consiglio per cinque udienze. Le richieste richiamavano asseriti impegni istituzionali improrogabili, dalle riunioni del Consiglio dei ministri agli incontri con capi di Stato stranieri, oppure gravi motivi di salute, legati all’uveite bilaterale.

Erano questioni già affrontate e risolte in Italia anche dalla Corte costituzionale, chiamata a decidere su ripetuti conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato.

Il ruolo nella frode e le contestazioni su Antonio Esposito

Strasburgo ha respinto anche la contestazione relativa alla condanna di Berlusconi come ideatore del sistema di frode fiscale. La difesa sottolineava che l’ex premier non faceva formalmente parte di alcun organo societario della sua Mediaset e non aveva firmato le dichiarazioni dei redditi della società, sottoscritte invece da un dirigente incaricato.

Gli avvocati censuravano inoltre la mancata concessione delle attenuanti generiche, nonostante l’incensuratezza. Sostenevano poi che la condanna avesse sanzionato uno schema di frode identico a quello già esaminato, per anni diversi, in due procedimenti Mediatrade a Milano e Roma. Quei procedimenti si erano conclusi con sentenze irrevocabili di non luogo a procedere perché “il fatto non sussiste” o “per non aver commesso il fatto”.

L’entourage di Berlusconi aveva infine insistito, negli ultimi anni, sul presunto difetto di imparzialità di Antonio Esposito, oggi in pensione, presidente del collegio della sezione feriale della Cassazione. Le contestazioni riguardavano l’intervista al quotidiano Il Mattino rilasciata subito dopo la lettura del dispositivo, prima delle motivazioni depositate alcune settimane più tardi, e asseriti giudizi privati precedenti su Berlusconi. Alcuni conoscenti del magistrato li avevano riferiti agli avvocati del Cavaliere come espressioni di rancore politico verso l’allora premier, attribuendogli anche la frase “se mi capita a tiro gli faccio un mazzo così”. La Corte ha respinto anche la contestazione sull’imparzialità.

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