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Cisgiordania, arrestati dieci sospetti per le aggressioni durante la raccolta delle olive. Tra le vittime la fotogiornalista Heidi Levine

La reporter del Washington Post è stata picchiata da un gruppo di coloni israeliani mentre documentava gli attacchi contro i contadini palestinesi ad Abu Falah. Con fratture, ferite e un intervento chirurgico alla mano, Levine denuncia la violenza e rivendica il proprio lavoro: "Mi hanno spezzato le ossa, non lo spirito".

19 Ottobre 2026
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Cisgiordania, arrestati dieci sospetti per le aggressioni durante la raccolta delle olive. Tra le vittime la fotogiornalista Heidi Levine

Cisgiordania, arrestati dieci sospetti per le aggressioni durante la raccolta delle olive. Tra le vittime la fotogiornalista Heidi Levine

Ludovica Bartolini di Ludovica Bartolini

Nata a Napoli nel 2002, ho conseguito una laurea in Arti, Spettacolo ed Eventi Culturali e una in Journalism and Multimedia Communication. Mi occupo di cultura, cinema e spettacolo

CISGIORDANIA – Dieci persone sono state arrestate dalla polizia israeliana in relazione a una serie di aggressioni avvenute nel fine settimana in Cisgiordania, durante la raccolta annuale delle olive. Tra gli episodi al centro delle indagini c’è l’attacco alla fotogiornalista americana Heidi Levine, collaboratrice del Washington Post, picchiata venerdì 16 ottobre mentre documentava le violenze contro i contadini palestinesi nel villaggio di Abu Falah, a nord-est di Ramallah. Il giorno successivo, un altro episodio ha coinvolto diplomatici europei e rappresentanti religiosi in visita a Taybeh, un villaggio cristiano della regione.

Secondo quanto riferito dalle autorità israeliane, i dieci sospetti sono stati fermati nell’ambito delle indagini sui diversi episodi. La polizia non ha reso pubblici i loro nomi né precisato il ruolo attribuito a ciascuno. Le operazioni hanno coinvolto anche l’esercito, la polizia di frontiera e il servizio di sicurezza interno Shin Bet.

La notizia degli arresti arriva dopo le condanne internazionali per le aggressioni e le richieste di un’indagine approfondita. Al centro della vicenda non c’è soltanto la sicurezza dei giornalisti, ma anche quella dei contadini palestinesi, per i quali la raccolta delle olive rappresenta una fonte essenziale di reddito e un legame con la propria terra.

Heidi Levine in Cisgiordania, arresti dopo l’aggressione ad Abu Falah

La mattina di venerdì 16 ottobre, Levine si trovava nei pressi degli uliveti di Abu Falah insieme ad altri giornalisti, per documentare la raccolta delle olive e le tensioni nella zona. Secondo le testimonianze raccolte dal Washington Post e le immagini diffuse da chi era presente, decine di uomini mascherati sarebbero scesi da un insediamento sulla collina, attaccando i contadini palestinesi e i presenti.

Gli aggressori avrebbero lanciato pietre, incendiato uliveti e colpito le persone che si trovavano sul posto. Levine, che indossava un casco e un giubbotto protettivo con la scritta “PRESS” ben visibile, è stata spinta a terra e ripetutamente presa a calci e colpita con bastoni. Le sono state sottratte anche le attrezzature fotografiche e il telefono.

La fotogiornalista ha raccontato di essere stata aggredita da un gruppo numeroso di uomini mascherati e di aver cercato di proteggersi mentre veniva colpita. Le immagini girate da altri reporter documentano momenti dell’aggressione. A soccorrerla sono intervenuti alcuni giornalisti e giovani palestinesi presenti sul posto, che l’hanno aiutata a raggiungere una zona più sicura.

Levine è stata ricoverata e ha riportato diverse lesioni, tra cui fratture alle costole e alle vertebre, oltre a una grave ferita a un dito che ha richiesto un intervento chirurgico. Ha riportato anche ferite che hanno richiesto punti di sutura. Il casco e il giubbotto protettivo, ha spiegato, potrebbero averle salvato la vita.

Chi è Heidi Levine, la fotogiornalista che racconta il conflitto da oltre quarant’anni

Heidi Levine è una fotogiornalista americana che ha iniziato la propria carriera professionale nel 1983, lavorando per l’Associated Press in Israele. Nel corso dei decenni ha documentato alcuni dei momenti più significativi della storia recente del Medio Oriente, seguendo il conflitto israelo-palestinese, la guerra del Golfo, le rivolte della Primavera araba e i conflitti in Libia e Siria. Ha lavorato anche in Ucraina, raccontando l’impatto dell’invasione russa sulla popolazione civile.

Le sue fotografie sono state pubblicate da testate internazionali come The Washington Post, The New York Times, Time, Newsweek, Paris Match e National Geographic. Il suo lavoro si concentra tanto sui momenti di scontro quanto sulle conseguenze della guerra nella vita quotidiana: famiglie costrette a lasciare le proprie case, civili feriti, comunità che cercano di sopravvivere in territori segnati dalla violenza.

Nel 2015 ha ricevuto il Premio Anja Niedringhaus per il coraggio nel fotogiornalismo, assegnato dall’International Women’s Media Foundation, per il lavoro realizzato durante la guerra a Gaza del 2014. Nel 2022 ha inoltre ricevuto il Ben Bradlee Award for Courage in Journalism del Washington Post. Nel 2023 ha condiviso il Courage in Journalism Award con le giornaliste del quotidiano impegnate nella copertura della guerra in Ucraina.

La sua lunga esperienza non l’ha però messa al riparo dai rischi del mestiere. Dopo l’aggressione, Levine ha spiegato di non aver mai voluto che l’attenzione si concentrasse su di lei, ma sulle persone che cerca di raccontare attraverso le immagini. Ha anche annunciato di voler tornare al lavoro una volta recuperate le forze.

La giornalista dichiara: “Mi hanno spezzato le ossa, non lo spirito”

Dal letto d’ospedale, Levine ha criticato le parole del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva definito «presunta» l’aggressione e dichiarato che le circostanze erano ancora oggetto di indagine. La giornalista si è detta «scioccata e offesa», sostenendo che le prove e le testimonianze disponibili fossero già sufficienti a documentare quanto accaduto.

Il presidente israeliano Isaac Herzog l’ha contattata per esprimerle solidarietà e definire l’attacco scioccante. Anche l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha condannato duramente l’aggressione, chiedendo che i responsabili vengano identificati e perseguiti. Il Washington Post ha sollecitato un’indagine completa e trasparente.

Levine ha ribadito la volontà di continuare a raccontare la regione, nonostante le ferite. “Ho investito decenni di sangue, sudore e lacrime in questo lavoro”, ha dichiarato. E ha aggiunto: “Mi hanno spezzato le ossa, non lo spirito”.

La raccolta delle olive e l’escalation della violenza in Cisgiordania

L’aggressione alla fotogiornalista si inserisce in un quadro più ampio di violenze contro i palestinesi in Cisgiordania, che negli ultimi anni hanno coinvolto residenti, attivisti, agricoltori e operatori dell’informazione. La raccolta autunnale delle olive è una fase particolarmente delicata: per molte famiglie rappresenta una risorsa economica fondamentale e un’attività legata alla memoria e all’identità delle comunità.

Secondo i dati delle Nazioni Unite citati dal Washington Post, tra gennaio e agosto sono stati documentati oltre 1.600 attacchi di coloni che hanno provocato feriti o danni materiali in Cisgiordania. Organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo la frequente impunità per le aggressioni: l’organizzazione israeliana Yesh Din ha riferito che la grande maggioranza delle indagini sui casi di violenza dei coloni non si conclude con un’incriminazione.

Venerdì, oltre all’attacco ad Abu Falah, sono stati segnalati incendi di veicoli e uliveti in diversi villaggi. Sabato, a Taybeh, un gruppo di coloni mascherati ha aggredito persone impegnate in una visita legata alla raccolta delle olive, tra cui diplomatici europei e rappresentanti cattolici. Tra le persone coinvolte figuravano diplomatici francesi, belgi e polacchi, oltre a esponenti religiosi.

Le autorità israeliane hanno condannato gli episodi e avviato indagini. Resta da chiarire quale sarà l’esito dei procedimenti e se gli arresti annunciati porteranno a incriminazioni e condanne.

La libertà di documentare

La vicenda di Heidi Levine riporta al centro una questione essenziale: la possibilità per i giornalisti di documentare un conflitto senza diventare a loro volta bersagli. La presenza di una scritta “PRESS” sul giubbotto non è bastata a proteggerla, così come non ha impedito che altri reporter venissero colpiti durante la stessa aggressione.

Il caso assume un significato ancora più rilevante perché l’attacco è avvenuto mentre Levine stava documentando la violenza contro una comunità impegnata in un’attività agricola tradizionale. Colpire chi racconta questi eventi significa mettere a rischio non soltanto l’incolumità dei singoli professionisti, ma anche la possibilità di raccogliere testimonianze indipendenti e di rendere visibili episodi che altrimenti potrebbero restare senza documentazione.

Gli arresti annunciati il 19 ottobre rappresentano un passaggio nelle indagini, ma non chiudono la vicenda. Per Levine, che da oltre quarant’anni racconta guerre e conseguenze sui civili, la priorità resta quella di tornare a fotografare. E di continuare a documentare ciò che accade, anche quando chi si trova dietro l’obiettivo diventa parte della storia.

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