Ci sono dolori che sembrano non lasciare spazio a nient’altro. E poi ci sono persone che, proprio dentro quella ferita, provano a costruire un linguaggio diverso da quello dell’odio. Rami Elhanan è israeliano, Bassam Aramin palestinese. Entrambi hanno perso una figlia a causa del conflitto che attraversa le loro terre e le loro vite. Eppure, invece di riconoscersi soltanto come appartenenti a due popoli contrapposti, hanno scelto di incontrarsi, ascoltarsi e chiamarsi fratelli.
La loro storia è arrivata a Torino sabato 17 ottobre, al Teatro San Giuseppe, con l’incontro “Due padri, nessun nemico”, inserito nel programma di Torino Spiritualità. Un appuntamento che ha portato al centro non soltanto la guerra e le sue conseguenze, ma anche una domanda più difficile: che cosa significa riconoscere l’umanità di chi appartiene alla parte che consideriamo nemica, quando la violenza ha già attraversato la nostra famiglia?
Due figlie perdute, una ferita condivisa
La storia di Rami Elhanan e Bassam Aramin comincia da due perdite diverse, maturate nello stesso conflitto. La figlia di Rami, Smadar, è stata uccisa in un attentato a Gerusalemme. La figlia di Bassam, Abir, è morta anni dopo, colpita da un proiettile sparato da un agente israeliano mentre si trovava nei pressi della scuola.
Due bambine, due famiglie, due storie segnate dalla violenza. Le circostanze delle loro morti sono differenti, così come lo sono le esperienze personali e politiche dei loro padri. Ma il lutto ha aperto una possibilità inattesa: incontrarsi senza chiedere all’altro di cancellare la propria storia.
Non significa rendere equivalenti tutte le responsabilità, né ignorare le differenze tra israeliani e palestinesi. Significa rifiutare l’idea che il dolore di una famiglia possa essere riconosciuto soltanto negando quello di un’altra. È una scelta che non elimina il conflitto, ma interrompe almeno per un momento la logica secondo cui ogni perdita deve produrre una nuova ostilità.
La scelta di non trasformare il lutto in vendetta
Il percorso di Elhanan e Aramin si inserisce nell’attività di organizzazioni binazionali come Parents Circle – Families Forum, che riunisce israeliani e palestinesi colpiti dalla perdita di familiari nel conflitto, e Combatants for Peace, impegnata nella costruzione di forme di opposizione non violenta.
Il loro lavoro parte da un presupposto tutt’altro che semplice: la sofferenza non è una risorsa da utilizzare contro l’altro. Può diventare memoria, testimonianza, impegno civile. Può anche alimentare la vendetta. La differenza non sta nella gravità della perdita, ma nella scelta di ciò che si decide di farne.
Raccontare questa esperienza non significa proporre una riconciliazione facile o chiedere alle vittime di perdonare. Il perdono non è un obbligo e la convivenza non cancella la necessità di giustizia. Il punto è un altro: impedire che la morte di una figlia diventi una ragione per desiderare la morte di un’altra persona.
In un conflitto nel quale la memoria delle vittime è spesso chiamata a legittimare nuove violenze, la testimonianza dei due padri introduce una frattura. Non offre una soluzione politica immediata, ma mostra che la disumanizzazione dell’altro non è inevitabile.
Da “Apeirogon” a “Mio padre, tuo padre”: la storia diventa racconto
La vicenda di Rami e Bassam ha raggiunto un pubblico internazionale anche grazie ad Apeirogon, il romanzo di Colum McCann che intreccia le loro storie e riflette sulla possibilità di raccontare una realtà fatta di confini, lutti e identità in conflitto.
La loro esperienza è al centro anche di Mio padre, tuo padre – Due uomini contro l’odio israelopalestinese, il libro di Carola Benedetto e Luciana Ciliento, che hanno contribuito a portare la storia dei due uomini al pubblico italiano.
La letteratura, in questo caso, non è soltanto un mezzo per raccontare il conflitto da una prospettiva diversa. È uno spazio nel quale le vite individuali possono sottrarsi alle categorie che le riducono a simboli. Smadar e Abir non sono soltanto i nomi di due vittime: sono figlie, bambine, persone che avevano una vita davanti. E i loro padri non sono semplicemente un israeliano e un palestinese: sono due uomini che continuano a confrontarsi con un’assenza irreparabile.
Il racconto permette di restituire complessità a ciò che la guerra tende a semplificare. Dove il linguaggio politico divide tra noi e loro, una storia personale può riaprire lo spazio per una domanda, un dubbio, un riconoscimento.
Torino Spiritualità, un dialogo che non cancella le differenze
L’incontro torinese si inserisce nella XXII edizione di Torino Spiritualità, dedicata nel 2026 al tema Memento amoris. Nessuno comincia da sé. Il festival propone una riflessione sull’amore non soltanto come sentimento privato, ma come relazione che lega le persone e le comunità.
In questo contesto, la testimonianza di Elhanan e Aramin acquista un significato particolare. Il loro dialogo non suggerisce che basti parlarsi per superare decenni di conflitto, né che la riconciliazione possa sostituire le responsabilità politiche e giuridiche. Ricorda, piuttosto, che nessun percorso di pace può prescindere dalla possibilità di riconoscere la sofferenza delle persone che vivono dall’altra parte di un confine.
La pace, in questa prospettiva, non è un sentimento astratto né una formula da pronunciare nei momenti di crisi. È un lavoro quotidiano, spesso scomodo, che richiede di ascoltare anche ciò che mette in discussione le proprie convinzioni.
“Nessun nemico”: il significato di una scelta
La storia dei due padri non cancella le responsabilità, non risolve le asimmetrie del conflitto e non restituisce loro le figlie. Non promette una riconciliazione immediata, né pretende che il dolore venga superato.
La sua forza sta proprio qui: nella possibilità di continuare a vivere senza fare della perdita l’unica identità possibile. Rami Elhanan e Bassam Aramin non hanno smesso di essere israeliano e palestinese, né hanno rinunciato alla memoria delle proprie figlie. Hanno scelto, però, di non lasciare che quella memoria si trasformasse in una condanna perpetua dell’altro.
A Torino, la loro testimonianza ha riportato la guerra alla dimensione più concreta: quella delle persone che la subiscono, delle famiglie che restano e delle vite che non possono essere ridotte a una.
“Due padri, nessun nemico” non è la storia di un dolore risolto. È la storia di un dolore che non vuole diventare una nuova arma.
