Il piano del governo Meloni punta a mettere in rete i primi piccoli reattori tra il 2033 e il 2034. Per arrivarci, però, serve molto più di una tabella di marcia: gli impianti saranno decine e i siti non sono ancora stati scelti.
C’è un capitolo tecnico e uno economico. La disponibilità del combustibile e i finanziamenti necessari restano da definire e incidono su fattibilità e tempi. D’altra parte, il ritorno del nucleare in Italia richiede decisioni industriali precise che oggi non risultano formalizzate.
I rischi naturali incidono sui siti nucleari, nucleare Italia costi Meloni
La geografia italiana restringe il campo ancora prima di entrare nel merito dei progetti. Saranno esclusi i territori esposti a rischio sismico, alluvioni, frane, attività vulcanica e siccità. Altrettanto fuori le aree a alta densità abitativa, dove il margine di sicurezza e le prescrizioni urbanistiche riducono lo spazio utile.
Già considerando soltanto la sismicità e il rischio idrogeologico, le mappe dell’ISPRA — Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale — mostrano porzioni non trascurabili di territorio da escludere. Di conseguenza la ricognizione dovrà coprire numerosi ambiti per garantire i siti necessari al programma previsto, con selezioni progressive e verifiche puntuali.
Il combustibile arricchito non è disponibile
Una parte dei reattori modulari di piccola taglia, i SMR, richiederà uranio fortemente arricchito. Oggi questo combustibile non è disponibile sul mercato: la filiera è in gran parte orientata a forniture a basso arricchimento, non compatibili con quei modelli.
Materia prima non equivale, quindi, a combustibile utilizzabile. Da qui l’ipotesi di realizzare l’arricchimento in Europa, o persino in Italia: è una possibilità allo studio, non una decisione. Al tempo stesso andrebbero chiariti standard, autorizzazioni e catene di approvvigionamento per garantire continuità operativa agli impianti.
I finanziamenti pubblici sostengono gli SMR all’estero
Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin auspica l’ingresso di capitali privati. Per contro, i programmi esteri indicano un ruolo rilevante delle risorse statali: i nuovi SMR risultano finanziati per due terzi con fondi pubblici, segnale di un supporto diretto nella fase di avvio.
Il caso più avanzato è in Canada, dove l’unico reattore SMR effettivamente in costruzione si appoggia quasi interamente a coperture pubbliche: la quota statale raggiunge il 97%. Un ordine di grandezza che, per ora, resta il riferimento concreto per chi guarda alla fattibilità economica del piano.
