C’è una nuovo sviluppo per i lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto. Le associazioni delle imprese hanno deciso di accogliere l’invito del governo e sospendere nuovamente le procedure di licenziamento, almeno fino alla pronuncia della Corte di Cassazione sul futuro dell’area a caldo dello stabilimento.
“Intendiamo dare corso positivo all’invito del governo alla sospensione dei licenziamenti nell’indotto almeno fino alla sentenza della Cassazione“, ha fatto sapere il presidente di Aigi, Nicola Convertino, dopo il nuovo confronto a Palazzo Chigi. Sulla stessa linea il presidente della Confederazione Aepi, Mino Dinoi, che ha parlato di “un ulteriore atto di responsabilità da parte nostra, perché comprendiamo che la situazione è difficile”.
Ex Ilva, cosa succede ai licenziamenti nell’indotto
La vicenda riguarda prima di tutto i lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva, cioè i dipendenti delle aziende esterne che lavorano per lo stabilimento di Taranto occupandosi, per esempio, di manutenzione, servizi, impiantistica e altre attività necessarie al funzionamento dell’acciaieria. Non sono quindi dipendenti diretti dell’ex Ilva, ma il loro lavoro dipende in larga parte dalle commesse dello stabilimento.
Il 4 settembre 2026 Aigi, sigla che sta per Associazione Indotto AdI e General Industries, aveva avviato le procedure di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori di 28 aziende. AdI è invece l’acronimo di Acciaierie d’Italia, la società che ha gestito gli impianti dell’ex Ilva, grande stabilimento siderurgico di Taranto, e che si trova attualmente in amministrazione straordinaria.
Le imprese dell’indotto avevano motivato la decisione con il rischio di una forte riduzione delle attività dello stabilimento e, soprattutto, con la prospettiva dello spegnimento dell’area a caldo. Senza la produzione dell’acciaio, infatti, molte delle lavorazioni affidate alle aziende esterne verrebbero meno, mettendo a rischio la loro stessa continuità.
Dopo un primo incontro con il governo a Palazzo Chigi, l’8 settembre Aigi aveva però accettato di sospendere temporaneamente i licenziamenti, almeno fino alla decisione della Corte d’Appello di Milano sulla possibilità di fermare lo spegnimento degli impianti.
Perché lo stop dell’area a caldo è arrivato fino alla Cassazione
Al centro della vertenza c’è l’area a caldo dello stabilimento di Taranto, cioè la parte dell’acciaieria in cui avvengono le prime fasi della produzione dell’acciaio e nella quale rientrano impianti come gli altoforni, le cokerie e l’agglomerato. Il suo spegnimento avrebbe quindi conseguenze sull’intero ciclo produttivo e, a cascata, anche sulle aziende dell’indotto.
L’11 settembre la Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta presentata da Acciaierie d’Italia e da Ilva in amministrazione straordinaria di sospendere il provvedimento che aveva disposto il blocco dell’area a caldo. È rimasta così valida la scadenza del 28 ottobre 2026, entro la quale lo stop dovrà essere attuato. Nelle motivazioni i giudici hanno indicato come prevalente la tutela della salute rispetto alla prosecuzione dell’attività d’impresa.
Dopo la decisione, le imprese dell’indotto avevano annunciato la ripresa delle procedure di licenziamento. La partita giudiziaria, però, non è ancora conclusa: le società hanno portato il caso davanti alla Corte di Cassazione. È proprio in attesa di questa nuova decisione che Aigi ha ora accolto l’invito del governo a congelare ancora una volta i licenziamenti dei lavoratori dell’indotto.
Per approfondire: Ex Ilva, Taranto: oggi l’avvio dello spegnimento, il governo vara il decreto indotto
