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Inflazione in aumento nell’eurozona: rincari energetici spingono verso una stretta della Bce

La media di 31 economisti per Bloomberg porta l'inflazione attesa al 3,3% nell'area euro e al 3,4% in Italia; i mercati scontano un rialzo di 25 pb della Bce il 10 settembre.

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Inflazione

Pixabay @stevepb – alanews.it

Redazione di Redazione

L’inflazione ad agosto potrebbe raggiungere il livello più elevato degli ultimi tre anni nell’Eurozona e in Italia, secondo la media delle stime di 31 economisti consultati da Bloomberg. La prosecuzione delle tensioni in Medio Oriente e il conseguente aumento dei costi energetici vengono indicati come il principale fattore che alimenta la pressione sui prezzi.

Dati attesi e numeri per paese

La media delle previsioni raccolte da Bloomberg porta la crescita dei prezzi nell’area euro a un tasso atteso del 3,3% su base annua, in aumento rispetto al 2,9% registrato a luglio; si tratterebbe del valore più alto dal settembre 2023. In Italia il dato armonizzato è previsto al 3,4%, anch’esso in rialzo rispetto al 2,9% del mese precedente e ai massimi da settembre 2023. Il dato della Germania arriverà nella giornata di domani: il consensus ascoltato da Bloomberg indica un’accelerazione dal 2,8% di luglio al 3,1%. Nella settimana appena trascorsa anche Francia e Spagna hanno evidenziato una progressione dei prezzi, rispettivamente al 2,4% e al 4,3% su base annua.

Energia e pressioni sui prezzi per l’inflazione

A riaccendere le pressioni inflazionistiche è in particolare la componente energetica. Il prezzo del Brent si mantiene da circa due settimane intorno ai 90 dollari al barile, mentre i future Ttf sul gas naturale, riferimento per il mercato europeo, hanno raggiunto venerdì un picco intraday di 70 euro al megawattora, il livello più alto dal 2022. Anche in Italia gli effetti si manifestano alla pompa: la benzina sfiora i 2,1 euro al litro e il diesel supera i 2,2 euro al litro in autostrada. Le stime sottolineano che famiglie e imprese potrebbero trovarsi a dover fronteggiare rincari significativi nelle bollette energetiche, con possibili impatti diretti sul costo della vita.

Banche centrali, mercati e reazioni all’inflazione

La nuova fiammata dei prezzi complica il lavoro della Banca centrale europea. I mercati considerano ormai molto probabile un aumento dei tassi nella riunione del 10 settembre, ipotizzando un rialzo di 25 punti base che porterebbe il principale tasso di riferimento dal 2,25% al 2,5%. Una decisione in tal senso avrebbe ripercussioni sul costo del credito, che risulta già elevato: secondo i dati Abi il tasso medio sui nuovi prestiti si attesta al 4,08%, mentre quello sui mutui è al 3,48%, entrambi ai livelli più alti degli ultimi due anni. A offrire qualche elemento di sollievo a Francoforte è però l’andamento dell’inflazione di fondo: il dato core è previsto stabile al 2,5%, segnale che, almeno per il momento, l’impennata energetica non si è trasferita in modo generalizzato al resto dei prezzi.

Il problema dell’inflazione non riguarda soltanto l’Europa. Negli Stati Uniti la Federal Reserve mantiene alta la guardia: nel suo intervento al simposio di Jackson Hole il presidente Kevin Warsh ha definito «preoccupante» l’attuale livello dei prezzi, pur segnalando la solidità complessiva dell’economia americana. Warsh ha richiamato l’attenzione sul fatto che la Fed non raggiunge l’obiettivo del 2% da 65 mesi e che il Pce resta al 3,7%, mentre la disoccupazione al 4,1% è considerata compatibile con una situazione di piena occupazione. Per questi motivi Warsh ha indicato che la Fed potrebbe intervenire sul costo del denaro se non dovessero emergere progressi sufficientemente rapidi: «la Fed deve avere la certezza che l’inflazione di fondo stia convergendo verso il 2% in modo chiaro e a una velocità sufficiente», ha detto, avvertendo che «avremo del lavoro da fare» in assenza di segnali convincenti.

E gli investitori?

Le parole di Warsh hanno modificato le attese degli investitori: secondo i dati del Cme la probabilità attribuita a un rialzo dei tassi nella riunione di settembre negli Stati Uniti è salita al 57%, rispetto al 35% della seduta precedente. La reazione sui mercati è stata immediata e mista: Wall Street ha consolidato inizialmente i guadagni per poi chiudere sotto la parità, mentre sul mercato obbligazionario il rendimento dei Treasury a due anni è salito dal 4,23% al 4,33%.

Il quadro che emerge è quello di un ritorno delle pressioni inflazionistiche proprio mentre le principali banche centrali devono calibrare con estrema cautela le prossime mosse: in Europa l’impennata dell’energia rischia di riportare il carovita oltre il 3% e spingere la Bce verso una nuova stretta; negli Stati Uniti la persistenza dell’inflazione continua a mettere in discussione l’ipotesi di un allentamento della politica monetaria. La riunione della Bce del 10 settembre è considerata dai mercati come la probabile sede di un rialzo di 25 punti base.

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