A 39 anni e con 24 titoli del Grande Slam alle spalle, Novak Djokovic continua a riconoscersi nella fame di chi sta provando a raccoglierne l’eredità. E quando guarda Jannik Sinner, il campione serbo vede qualcosa di familiare. “Sì, mi rivedo in Sinner”, racconta in un’intervista al Corriere della Sera, alla vigilia dell’arrivo su Prime Video del docufilm Il lupo d’inverno. Un racconto nel quale Djokovic ripercorre la propria vita, dall’infanzia sotto le bombe a Belgrado fino alla vetta del tennis mondiale.
Djokovic e le somiglianze con Sinner
Le analogie, secondo Djokovic, cominciano molto prima del tennis professionistico. Entrambi sono cresciuti in montagna e hanno praticato sci prima di dedicarsi completamente alla racchetta. Tutti e due, inoltre, hanno lasciato casa a 13 anni, imparando presto a vivere lontano dalla famiglia. Lo sci, sostiene il serbo, avrebbe contribuito anche a costruire alcune caratteristiche atletiche che oggi accomunano il loro gioco: elasticità, equilibrio, coordinazione e capacità di muoversi sulle diverse superfici.
Ma è soprattutto nell’atteggiamento che Djokovic riconosce se stesso nell’azzurro. “Jannik, come me, non si accontenta mai”. Per il serbo non si tratta di ossessione per il risultato, bensì di una dedizione totale al miglioramento. Sinner, spiega, possiede “la mentalità del campione”: pur essendo ormai una forza dominante, continua a cercare ogni giorno qualcosa da perfezionare. Una fame che Djokovic conosce bene e che, assicura, non scompare nemmeno dopo 24 Slam.
“Perché ho aiutato Jannik? Perché no?”
Proprio per questo assume un significato particolare il rapporto costruito negli anni con il percorso di crescita di Sinner. Quando Riccardo Piatti e successivamente Darren Cahill si rivolsero a Djokovic per ricevere consigli su come far migliorare Jannik, il serbo decise di condividerli, pur sapendo che quel ragazzo avrebbe potuto un giorno diventare un suo rivale diretto.
Nessun pentimento. Alla domanda sul perché sia stato tanto generoso, Djokovic risponde semplicemente: “Perché no?”. Per il campione serbo aiutare Sinner significava essere fedele a se stesso, indipendentemente da ciò che sarebbe potuto accadere successivamente in campo.
L’infanzia sotto le bombe a Belgrado
Nel docufilm e nell’intervista c’è però molto più del rapporto con Sinner. Djokovic torna agli anni che hanno costruito il suo carattere, segnati anche dai bombardamenti della Nato su Belgrado durante la guerra del Kosovo. Aveva 12 anni e ricorda le notti trascorse nei rifugi con la famiglia, l’ansia per il ritorno degli aerei e la paura della morte.
Esperienze che oggi non guarda con risentimento. Djokovic considera quelle sofferenze una parte decisiva della persona che è diventato e sostiene che, potendo tornare indietro, non cambierebbe il proprio passato. Da lì sarebbero nate quella perseveranza e quella resilienza che hanno accompagnato tutta la sua carriera.
Jelena Gencic, la maestra che cambiò la sua vita
Tra i ricordi più intensi c’è quello di Jelena Gencic, la prima allenatrice che intuì il suo talento. Djokovic racconta di aver trascorso con lei un numero incalcolabile di ore, non soltanto sul campo: insieme guardavano vecchie partite in videocassetta e Gencic gli insegnava musica classica, respirazione e tecniche di visualizzazione.
“Senza Jelena Gencic non sarei Novak Djokovic”, afferma il serbo. Per lui fu molto più di un’allenatrice: una guida capace di influenzare il suo modo di concepire il tennis e la vita. Per questo, dopo il primo trionfo a Wimbledon nel 2011, volle portarle personalmente il trofeo nella sua casa di Belgrado. Gencic sarebbe morta due anni dopo, nel 2013.
Il principio trasmesso da quella formazione è rimasto intatto: non smettere mai di evolversi. Per Djokovic la stagnazione non esiste: chi non progredisce finisce inevitabilmente per arretrare. Una filosofia che continua ad applicare a se stesso e che oggi riconosce anche nel suo grande rivale italiano.
