Pechino è indicata come snodo di nuove forniture militari e tecnologiche verso l’Iran. Osservatori citano un carico di 400 sistemi missilistici portatili, partiti da Hong Kong e instradati via Pakistan. L’operazione, attribuita alla società di intermediazione Zhongqing Baoshang International Investment e stimata tra 60–70 milioni di dollari, si inserisce in un conflitto che vede Teheran contrapposta da oltre cinque mesi a Stati Uniti e Israele.
Tecnologie satellitari e uso duale
Alle forniture d’arma si aggiungono flussi tecnici: sistemi di navigazione satellitare e componenti elettronici capaci di impiego civile e militare. Tra questi spicca il servizio privato BeiDou, adottato dall’Iran come alternativa al GPS americano per ridurre l’esposizione a eventuali blackout disposti da Washington e per aumentare la precisione di droni e missili. La natura dual use consente di presentare contratti come vendite civili, pur con effetti operativi sul campo.
L’amministrazione precedente degli Stati Uniti ha imposto sanzioni a società cinesi ritenute coinvolte nella fornitura di immagini satellitari e servizi all’Iran. Per Stefano Vernole, vicepresidente del Centro Studi Eurasia Mediterraneo, molte responsabilità ricadono su imprese private e reti commerciali più che su un’assistenza esplicita dello Stato cinese: una distinzione che resta al centro della linea difensiva di Pechino.
Partenariato strategico e banco di prova
La cooperazione bilaterale corre anche sul canale economico. Il partenariato strategico tra Cina e Iran prevede investimenti cinesi per 400 miliardi di dollari nella Repubblica islamica, rafforzando infrastrutture, logistica e canali che facilitano scambi complessi. Per Pechino il Medio Oriente è insieme un hub energetico e un contesto operativo dove testare sistemi, piattaforme e sensori in scenari reali.
Le forniture mirano a colmare lacune specifiche, soprattutto nella difesa contraerea. I Manpads — sistemi spalleggiabili efficaci contro elicotteri, droni e velivoli a bassa quota — uniscono semplicità d’impiego e mobilità. L’analista Silvia Boltuc ha osservato che la natura mobile di questi sistemi li rende utili nelle fasi iniziali di un attacco e meno esposti a neutralizzazioni preventive, difficilmente localizzabili da satellite rispetto a batterie fisse.
Petrolio, rotte e protezione dei traffici
L’energia resta la moneta di scambio che sostiene il rapporto: la Cina acquista una quota rilevante del greggio iraniano, facendo del petrolio un perno delle relazioni. Per aggirare sanzioni e controlli, le spedizioni ricorrono a una flotta con transponder spenti e a pratiche di rietichettatura in porti di terzi, in particolare in Malesia e Indonesia.
Dai tracciamenti navali di LSEG e MarineTraffic risulta che, da una data in luglio, alcune petroliere cinesi hanno caricato greggio in porti sauditi attraversando lo Stretto di Bab el-Mandeb. In parallelo, sono segnalati contatti tra Pechino e gli Houthi per tutelare il passaggio delle petroliere nel Mar Rosso, con l’obiettivo di ridurre il rischio di attacchi e salvaguardare approvvigionamenti considerati critici.
Sul piano politico-diplomatico, il ministero degli Esteri cinese ha smentito le accuse di forniture dirette, definendo le notizie «completamente prive di fondamento». Il controcanto degli osservatori internazionali sottolinea però la simultanea presenza di armamenti, tecnologie satellitari e logistica petrolifera: elementi che, combinati, aumentano la capacità di proiezione di Teheran e la resilienza della sua catena di rifornimento.
Il quadro resta condizionato da appuntamenti già fissati in agenda. Il viaggio del leader cinese Xi negli Stati Uniti, in programma il 24 settembre, può influire sulla gestione pubblica del dossier e sui messaggi che Pechino vorrà dare a Teheran e Washington in una fase in cui armamenti, tecnologie dual use e rotte energetiche si intrecciano con la competizione strategica globale.
