Abolfazl Sepahi Badjani e Amirhossein Safari Hosseinabadi sono stati impiccati nelle prime ore di martedì 28 luglio in piazza Alikhani, nel quartiere Malekshahr della città iraniana di Isfahan. I due erano stati arrestati durante le proteste antigovernative dello scorso gennaio e condannati a morte all’interno di un processo che coinvolgeva altri dieci giovani.
Le esecuzioni sono state annunciate da Mizan, l’agenzia di stampa legata alla magistratura iraniana, e documentate anche dalle organizzazioni per i diritti umani HRANA, Hengaw e Iran Human Rights. Secondo le testimonianze raccolte, le impiccagioni sono avvenute in pubblico e sotto un imponente dispiegamento delle forze di sicurezza.
Nella notte tra lunedì e martedì, numerose persone si erano radunate nei pressi della piazza dopo che nell’area era comparsa una struttura metallica destinata alle esecuzioni. Alcuni video diffusi sui social mostrano agenti schierati lungo le strade. Hengaw riferisce che la folla è stata dispersa e che ci sarebbero stati feriti e arresti, informazioni che non è stato possibile verificare in maniera indipendente.
Iran, le accuse contro i due manifestanti impiccati a Isfahan
La magistratura iraniana accusava Sepahi Badjani e Safari Hosseinabadi di aver partecipato all’uccisione di quattro membri delle forze di sicurezza durante gli scontri avvenuti l’8 gennaio in piazza Alikhani. Ai due venivano inoltre contestati l’incendio di una stazione di polizia, il danneggiamento di beni pubblici e il reato di moharebeh, traducibile come “guerra contro Dio”.
La ricostruzione delle autorità iraniane è però contestata dalle organizzazioni per i diritti umani e dagli esperti indipendenti delle Nazioni Unite. Il 27 luglio, poche ore prima delle impiccagioni, tredici esperti Onu avevano chiesto all’Iran di fermare le esecuzioni, denunciando un procedimento celebrato a porte chiuse e senza una chiara attribuzione delle responsabilità individuali.
Secondo gli esperti, le condanne si sarebbero basate in larga parte su confessioni trasmesse dalla televisione di Stato prima del processo. Alcuni imputati sarebbero stati detenuti arbitrariamente, sottoposti a sparizione forzata o maltrattamenti. Le sentenze complete e gli atti delle udienze del Tribunale rivoluzionario non sono stati resi pubblici.
Sepahi Badjani e Safari Hosseinabadi erano due dei dodici imputati condannati a morte nel cosiddetto “caso di piazza Alikhani”. Il 19 luglio erano già stati giustiziati Erfan Esfandiari e Gol-Mohammad Mohammadi. Con le due nuove impiccagioni, sono quindi quattro le persone uccise nello stesso procedimento, mentre altre otto rimangono nel braccio della morte.
Reza Pahlavi: “Il cappio non salverà la Repubblica islamica”
رژیم اشغالگر ایران بامداد امروز دو قهرمان دلیر انقلاب شیر و خورشید، ابوالفضل سپاهی بادجانی و امیرحسین صفری حسینآبادی را به قتل رساند.
رژیمی که برای بقا به طناب دار پناه میبرد، قدرتمند نیست، وحشتزده، نامشروع و در معرض سقوط است. مردم اصفهان امروز نشان دادند که سیاست ارعاب شکست… pic.twitter.com/KvE7vgJ7W8
— Reza Pahlavi Communications (@PahlaviComms) July 28, 2026
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià e una delle principali figure dell’opposizione iraniana in esilio, ha commentato le esecuzioni attraverso un messaggio pubblicato su X dal suo ufficio comunicazione. Pahlavi ha definito Sepahi Badjani e Safari Hosseinabadi “due coraggiosi eroi della Rivoluzione del Leone e del Sole” e ha accusato quello che chiama “il regime occupante dell’Iran” di averli assassinati. “Un regime che ricorre al cappio per sopravvivere non è potente: è terrorizzato, illegittimo e sull’orlo del collasso”, ha scritto.
Secondo Pahlavi, la mobilitazione avvenuta a Isfahan dimostrerebbe che la strategia intimidatoria delle autorità ha fallito: “Il cappio non salverà la Repubblica islamica”. L’oppositore ha inoltre promesso giustizia alle famiglie dei due condannati e ha invitato la comunità internazionale ad aumentare la pressione su Teheran per salvare gli altri otto imputati.
Le esecuzioni sono state effettuate nonostante l’appello arrivato soltanto poche ore prima dagli esperti delle Nazioni Unite. Ora l’attenzione delle organizzazioni per i diritti umani si concentra sugli altri otto giovani: le loro condanne sono definitive e potrebbero essere eseguite senza un nuovo preavviso.
