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Mamma e figlia uccise dalla ricina, l’autopsia: “Dose almeno dieci volte letale”

La perizia di oltre 800 pagine esclude responsabilità dei medici nella morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara. Ancora senza risposta il quesito su chi abbia somministrato il veleno

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Scatto della famiglia con prensenti Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara, morte per avvelenamento da ricina. Omesso il desiderio di divorzio di Antonella, amica di famiglia indagata per fsvoreggiamento

ANSA/Domenico Palesse – alanews

Ludovica Bartolini di Ludovica Bartolini

Nata a Napoli nel 2002, ho conseguito una laurea in Arti, Spettacolo ed Eventi Culturali e una in Journalism and Multimedia Communication. Mi occupo di cultura, cinema e spettacolo

Arrivano le prime risposte sul giallo di Pietracatella, in provincia di Campobasso, dove lo scorso dicembre sono morte Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni. La perizia autoptica depositata alla Procura di Larino conferma che entrambe sono decedute per un avvelenamento da ricina, assunta in una quantità almeno dieci volte superiore alla dose letale. Secondo i consulenti, proprio l’elevatissima concentrazione della tossina rendeva di fatto impossibile salvarle, anche con un diverso intervento sanitario.

Sarebbe stato impossibile salvarle

La relazione, composta da 838 pagine, conclude che la quantità di ricina presente nell’organismo delle due vittime, unita all’assenza di un antidoto specifico e alla rapidissima evoluzione dell’intossicazione, rendeva inevitabile l’esito fatale.

Per questo motivo gli esperti ritengono che non sia possibile affermare che una diversa gestione clinica avrebbe impedito la morte di madre e figlia. Una conclusione che potrebbe alleggerire la posizione dei cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, indagati per omicidio colposo dopo aver dimesso le due donne durante il primo accesso al pronto soccorso.

Quando hanno ingerito la ricina

Gli esami tossicologici indicano che la sostanza è stata assunta molto probabilmente per via orale. Secondo la ricostruzione dei consulenti, l’esposizione al veleno sarebbe avvenuta tra il 23 e il 24 dicembre, durante i pranzi e le cene delle festività natalizie, mentre i primi sintomi sono comparsi nella mattinata del 25 dicembre.

La perizia, tuttavia, non chiarisce attraverso quale alimento o bevanda la ricina sia stata somministrata. Gli investigatori non escludono alcuna ipotesi e proseguono gli accertamenti sugli alimenti sequestrati nell’abitazione e su altri reperti raccolti durante le indagini.

Il mistero resta aperto

Se da un lato l’autopsia chiarisce definitivamente le cause della morte, dall’altro lascia ancora irrisolto il punto centrale dell’inchiesta: chi ha avvelenato Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.

La Procura di Larino continua a indagare per duplice omicidio volontario. Nei mesi scorsi sono stati ascoltati più volte familiari, amici, conoscenti e persino il parroco del paese. Parallelamente proseguono le analisi su circa 70 alimenti, oltre che su indumenti, mobili e oggetti sequestrati nella casa della famiglia, anche con il supporto di esperti del Robert Koch Institut di Berlino.

Gli investigatori stanno cercando di ricostruire ogni momento trascorso dalla famiglia nei giorni precedenti al malore, analizzando anche dispositivi elettronici, spostamenti e rapporti personali. L’obiettivo è individuare la modalità con cui la ricina è stata introdotta nell’organismo delle vittime e, soprattutto, identificare il responsabile di un duplice omicidio che continua a essere avvolto nel mistero.

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