L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato il più recente focolaio di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale. A rendere particolarmente complessa la situazione contribuiscono diversi fattori: il virus responsabile appartiene a una rara variante per la quale non esiste ancora un vaccino approvato, mentre l’epicentro dell’epidemia si trova in una regione segnata da conflitti armati, spostamenti di popolazione e forti difficoltà logistiche.
Che cos’è l’Ebola e come si manifesta
L’Ebola è una malattia virale rara ma altamente pericolosa. I virus appartenenti a questa famiglia colpiscono principalmente gli animali, soprattutto i pipistrelli della frutta, considerati uno dei principali serbatoi naturali dell’infezione. I contagi nell’uomo possono iniziare quando si entra in contatto con animali infetti o si consumano le loro carni.
Dopo l’esposizione al virus possono trascorrere da due a ventuno giorni prima della comparsa dei sintomi. Le prime manifestazioni ricordano spesso influenza o malaria e comprendono febbre, mal di testa, forte stanchezza e dolori muscolari. Con il passare del tempo possono comparire vomito, diarrea e un progressivo deterioramento delle condizioni generali. Nei casi più gravi si verificano insufficienze d’organo e, in alcuni pazienti, emorragie interne ed esterne.
La trasmissione tra persone avviene attraverso il contatto con fluidi corporei infetti, come sangue, vomito o altre secrezioni. In passato le epidemie erano generalmente circoscritte a zone rurali isolate, ma l’espansione urbana e l’avvicinamento delle popolazioni ai territori abitati dagli animali portatori del virus stanno aumentando il rischio di focolai più ampi.
Perché questa epidemia è diversa dalle precedenti
L’attuale emergenza sanitaria è provocata dalla specie Bundibugyo del virus Ebola, una variante estremamente rara che non veniva segnalata da oltre dieci anni. Il nome deriva dal distretto ugandese dove il virus fu identificato per la prima volta e, prima dell’epidemia attuale, aveva causato soltanto due focolai documentati, nel 2007 e nel 2012.
Secondo gli studi disponibili, la mortalità associata alla variante Bundibugyo si aggira attorno a un terzo dei casi, una percentuale inferiore rispetto alle specie Zaire e Sudan, tradizionalmente più letali. Anche nell’epidemia in corso circa un quarto delle persone contagiate ha perso la vita.
Un ulteriore problema riguarda la diagnosi. I primi test effettuati nelle aree colpite erano progettati per individuare le forme più comuni di Ebola e inizialmente non hanno riconosciuto la variante Bundibugyo, contribuendo ai ritardi nell’identificazione del focolaio.
Non esiste un vaccino autorizzato
A oggi non esiste un vaccino autorizzato specificamente contro la specie Bundibugyo. Diversi prodotti sperimentali sono in fase di sviluppo e gli esperti stanno valutando se i vaccini già disponibili contro la variante Zaire possano offrire una certa protezione.
Anche sul fronte delle terapie la situazione è complicata. Non esistono farmaci approvati che bersaglino direttamente questa forma del virus. Per questo motivo l’Oms ha raccomandato di valutare, seguendo protocolli rigorosi, l’utilizzo sperimentale dell’antivirale obeldesivir, sviluppato durante la pandemia di Covid-19, per verificare se possa prevenire l’insorgenza della malattia nelle persone esposte al contagio.
La guerra complica la risposta sanitaria
L’epidemia si sta sviluppando in una delle aree più instabili dell’Africa centrale. Circa 250 mila persone risultano sfollate e gli spostamenti attraverso confini poco controllati favoriscono il rischio di diffusione internazionale.
Le organizzazioni umanitarie impegnate sul campo raccontano una situazione estremamente complessa. In molte zone il controllo del territorio passa continuamente da un gruppo armato all’altro, rendendo difficile persino raggiungere le località più colpite. A tutto questo si aggiungono infrastrutture carenti e collegamenti stradali molto lenti. Un tragitto di appena 90 chilometri può richiedere oltre tre ore di viaggio.
Nonostante la gravità della situazione, gli esperti precisano che non esistono elementi che facciano pensare a uno scenario simile a quello vissuto con il Covid-19. Il rischio di diffusione globale dell’Ebola al di fuori dell’Africa centrale e orientale resta infatti molto basso.
Come è iniziato il focolaio di Ebola?
Il primo caso identificato riguarda un’infermiera che ha sviluppato i sintomi il 24 aprile. Secondo le autorità sanitarie congolesi, questo significa che il virus stava già circolando da settimane senza essere rilevato.
La donna è morta a Bunia, capoluogo della provincia orientale dell’Ituri. Successivamente il corpo è stato trasferito a Mongbwalu, una delle località oggi maggiormente colpite dall’epidemia. Secondo il ministro della Salute Samuel Roger Kamba, il funerale avrebbe favorito la diffusione del virus a causa dell’elevato numero di persone entrate in contatto con la salma.
Le cerimonie funebri rappresentano infatti uno dei principali fattori di trasmissione dell’Ebola, come già emerso durante precedenti epidemie. Le autorità stanno quindi intensificando le campagne informative per spiegare come gestire in sicurezza le sepolture e promuovere misure igieniche adeguate.
Un altro ostacolo è rappresentato dalla diffidenza di alcune comunità. In diversi casi la malattia è stata interpretata come un fenomeno soprannaturale o legato alla stregoneria, spingendo i malati a rivolgersi a guaritori tradizionali o centri di preghiera invece che agli ospedali.
I numeri dell’epidemia di Ebola
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha espresso forte preoccupazione per la rapidità con cui il virus si sta diffondendo.
Al 21 giugno la Repubblica Democratica del Congo aveva registrato 1.048 casi confermati e 267 decessi accertati. I dati risultano inferiori rispetto alle prime stime diffuse nelle settimane precedenti perché molti casi inizialmente classificati come sospetti sono poi risultati negativi ai test.
Tra le vittime figurano anche cinque operatori sanitari impegnati nella lotta all’epidemia. Sul fronte opposto, 112 persone sono guarite, comprese quattro infermiere che hanno lasciato l’ospedale tra gli applausi del personale medico.
La provincia dell’Ituri resta il principale epicentro del contagio, ma casi sono stati confermati anche nelle province del Nord Kivu e del Sud Kivu, segnale di una diffusione oltre l’area iniziale.
In Uganda, Paese confinante, sono stati registrati due decessi e venti casi confermati legati a persone provenienti dal Congo. Quattordici pazienti sono già stati dimessi dagli ospedali.
Le misure adottate per contenere il virus
Per accelerare le diagnosi il governo congolese ha allestito quattro laboratori specializzati nelle città di Bunia, Mongbwalu, Beni e Aru. I risultati degli esami possono ora arrivare entro 24 ore, riducendo notevolmente i tempi di attesa.
Parallelamente sono stati rafforzati i sistemi di sorveglianza epidemiologica, il tracciamento dei contatti e le strutture dedicate al trattamento dei pazienti. L’Oms ha stanziato 3,9 milioni di dollari per sostenere la risposta sanitaria, mentre i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno annunciato un piano da 319 milioni di dollari. Anche il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha promesso un primo contributo di 5 milioni di dollari.
Le autorità ricordano inoltre ai cittadini di evitare il contatto con i corpi delle persone decedute con sintomi compatibili con l’Ebola, di non consumare carne cruda o poco cotta e di mantenere adeguate misure di distanziamento e igiene.
Il ruolo dei ribelli e le tensioni regionali
Anche l’alleanza ribelle AFC-M23, che controlla parte del territorio nell’est del Congo, ha annunciato la creazione di una propria squadra di risposta all’Ebola. Secondo i suoi rappresentanti, sono già stati attivati sistemi di tracciamento dei contatti e altre misure di contenimento nelle aree sotto il loro controllo.
Non è chiaro se vi sia una collaborazione diretta tra governo e ribelli nella gestione dell’emergenza, ma diverse organizzazioni umanitarie riferiscono che molti operatori sanitari sono rimasti al loro posto nonostante i cambiamenti di controllo del territorio, garantendo una certa continuità nella risposta sanitaria.
I Paesi vicini alzano le difese contro l’Ebola
L’allarme ha spinto diversi Stati africani ad adottare misure preventive. Il Ruanda ha chiuso i confini con la Repubblica Democratica del Congo, mentre l’Uganda ha sospeso temporaneamente voli, autobus e altri collegamenti pubblici transfrontalieri.
Le autorità ugandesi hanno invitato la popolazione a evitare strette di mano e abbracci. Il presidente Yoweri Museveni ha inoltre rinviato il tradizionale pellegrinaggio del Martyrs’ Day, che ogni anno richiama migliaia di fedeli congolesi.
Secondo Africa CDC, oltre a Ruanda e Uganda, anche Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Etiopia, Kenya, Sud Sudan, Tanzania e Zambia potrebbero essere esposti al rischio di nuovi casi. Per questo motivo molti governi stanno rafforzando i controlli alle frontiere e potenziando le proprie strutture sanitarie in vista di eventuali emergenze.
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