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Il regista iraniano Panahi condannato a Teheran: tribunale respinge ricorso

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jafar panahi

Kacy Bao / WikiPortraits

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Jafar Panahi dovrà passare un anno dietro le sbarre in Iran. Il Tribunale Rivoluzionario di Teheran ha respinto il ricorso che i suoi avvocati avevano presentato, confermando la condanna. A darne l’annuncio è stato Mostafa Nili, il suo legale, durante una conferenza stampa. Non è solo la prigione a pesare sul regista: gli è stato imposto anche il divieto di lasciare il Paese e per due anni non potrà partecipare a nessuna attività politica o sociale. L’accusa? Propaganda contro la Repubblica Islamica, una sentenza emessa lo scorso dicembre, quando Panahi era assente in aula.

Il processo che ha portato alla condanna risale a dicembre 2025, quando Panahi si trovava negli Stati Uniti per promuovere il film “Un semplice incidente” e partecipare agli Oscar 2026. In quell’occasione gli era stato inflitto un anno di carcere e due anni di divieto di produzione cinematografica, per attività considerate propaganda anti-regime. Gli avvocati del regista avevano presentato ricorso, ottenendo una nuova udienza, ma alla fine la condanna è stata confermata. È comunque possibile fare appello entro 20 giorni dalla notifica presso la Corte d’appello provinciale di Teheran.

Rientro in Iran in un clima teso

Panahi è tornato in Iran il 30 marzo 2026, subito dopo la cerimonia degli Oscar. Il Paese attraversa una fase difficile, definita “condizioni di guerra”, con un clima politico sempre più teso. Da anni il regista vive sotto stretta sorveglianza e repressione per le sue critiche al regime attraverso il cinema. Le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022 hanno aggravato la stretta sulle libertà, con restrizioni crescenti per intellettuali e oppositori.

Il lungo scontro con il regime

Jafar Panahi è diventato un simbolo di resistenza culturale in Iran. Nel 2010 fu condannato a sei anni di carcere e a vent’anni di interdizioni: niente film, viaggi o interviste. Eppure, ha continuato a lavorare nell’ombra, nonostante arresti e intimidazioni. Nel 2022 è stato incarcerato nella prigione di Evin, da cui è uscito dopo uno sciopero della fame. Il suo film “This Is Not a Film” è arrivato clandestinamente a Cannes su una chiavetta USB. “Taxi Teheran” ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino nel 2015, confermando il suo prestigio internazionale. “Tre volti” e “Gli orsi non esistono” hanno ulteriormente rafforzato la sua voce critica.

Il ritorno sul palcoscenico mondiale

Nel 2025 Panahi è tornato a farsi vedere sullo scenario internazionale, partecipando di nuovo al Festival di Cannes dopo più di vent’anni di divieti in patria. Il suo film “Un semplice incidente” ha conquistato la Palma d’Oro, un riconoscimento che sottolinea il suo ruolo di primo piano nel cinema mondiale. Ma il successo fuori dall’Iran è accompagnato da nuove sanzioni e pressioni dentro il Paese. La vicenda di Panahi resta uno dei casi più emblematici della battaglia tra libertà artistica e censura nel regime islamico.

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