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Braccianti uccisi ad Amendolara, uno degli autori confessa all’amico: “Gli ho dato fuoco”

La confessione di Ali Raza svela un sistema di sfruttamento e violenza nelle campagne italiane. L'arresto dei sospettati evidenzia la lotta contro il caporalato e le condizioni disumane

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immagine del benzinaio dove sono stai trovati i braccianti uccisi ad Amendolara

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Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

A pochi giorni dalla morte di quattro braccianti pachistani nel rogo di un minivan ad Amendolara, nel Cosentino, emergono nuovi dettagli sull’inchiesta. A contribuire alla svolta investigativa sarebbe stata la testimonianza di un conoscente di Ali Raza, uno dei due uomini arrestati insieme a Safeer Ahmed con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, l’uomo avrebbe raccontato ai carabinieri una frase pronunciata da Raza poco dopo il delitto: “La macchina è mia, le ho dato fuoco per ammazzare chi c’era dentro”.

La testimonianza che fa chiarezza sul caso

Secondo la ricostruzione degli investigatori, il testimone avrebbe deciso di rivolgersi immediatamente ai carabinieri dopo aver ascoltato la confessione. Le sue dichiarazioni si sono aggiunte agli altri elementi raccolti dagli inquirenti, tra cui immagini di videosorveglianza, testimonianze e accertamenti tecnici sul veicolo incendiato.

L’inchiesta punta ora a chiarire nel dettaglio il ruolo dei due indagati e la dinamica che ha portato alla morte dei quattro lavoratori agricoli. Gli investigatori stanno inoltre approfondendo il contesto lavorativo in cui maturò il conflitto che avrebbe preceduto il rogo.

La pista del litigio e le condizioni di lavoro

Tra gli elementi emersi nelle ultime ore c’è il racconto del superstite, secondo il quale il gruppo di lavoratori avrebbe contestato condizioni di lavoro ritenute insostenibili e chiesto una regolarizzazione contrattuale. Una versione che gli investigatori stanno verificando e che potrebbe aiutare a comprendere il movente del delitto.

L’unico superstite spiega che si stava cercando di opporsi al sistema di caporalato, un meccanismo in cui Ali Raza e Safeer Ahmed detenevano il controllo su alloggi, trasporti e salari. Paga da fame, condizioni degradanti e persino la libertà limitata: i lavoratori erano intrappolati in una vera e propria gabbia. La violenza ha raggiunto l’apice quando la macchina è stata data alle fiamme, con i braccianti chiusi dentro e le portiere bloccate per impedire la fuga.

Al momento non esistono però conclusioni definitive. Gli inquirenti mantengono aperti tutti gli approfondimenti necessari per accertare se la tragedia sia maturata all’interno di un contesto riconducibile allo sfruttamento dei braccianti agricoli.

Il carabiniere fuori servizio e l’incontro decisivo

Una svolta importante arriva dall’intervento di un carabiniere fuori servizio, che incrocia la macchina prima che venisse incendiata. L’uomo nota subito comportamenti strani: sacchetti della spazzatura gettati fuori dai finestrini e una guida irregolare. Al distributore di benzina, il militare avverte il conducente di fare più attenzione. Riconoscendo Ali Raza, mette un tassello fondamentale nelle indagini.

Questo episodio dimostra come anche un intervento casuale possa fare la differenza in casi così delicati. La prontezza del carabiniere ha contribuito a ricostruire la dinamica della tragedia e a indirizzare gli investigatori verso i responsabili.

Oggi la manifestazione con Landini e Schlein

Intanto oggi, 6 giugno, Amendolara ospita una manifestazione promossa da Flai-Cgil e Cgil per ricordare le vittime e chiedere maggiore attenzione sul fenomeno del caporalato. Al presidio partecipano il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e il leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni.

L’iniziativa vuole mantenere alta l’attenzione su una vicenda che ha scosso l’intero territorio e che continua a sollevare interrogativi sulle condizioni di vita e di lavoro di molti lavoratori stranieri impiegati nelle campagne del Sud Italia.

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