5 giugno 2026 – “La medicina di famiglia deve cambiare“, aveva detto il ministro Schillaci. Eppure, a pochi mesi dal lancio della sua riforma, il piano per rafforzare le Case di Comunità si è arenato. Il centrodestra ha imposto uno stop, bloccando una svolta attesa da tempo. Sul campo, medici e pazienti restano in bilico, senza certezze sul futuro della medicina territoriale.
Il blocco della riforma Schillaci viene dal centro destra
La riforma si è fermata senza bisogno di un’opposizione compatta: a bloccarla è stata soprattutto la stessa area di governo. Il progetto portato avanti dal ministro della Salute Orazio Schillaci aveva trovato una convergenza tra livello centrale e Regioni, comprese quelle più pesanti sul piano amministrativo come Lombardia e Lazio, entrambe guidate dal centrodestra.
Eppure, proprio mentre il confronto tecnico avanzava tra ministero, Regioni e rappresentanze sindacali, si è progressivamente incrinato il fronte politico. Forza Italia aveva espresso da tempo perplessità sull’ipotesi di ridurre o modificare la natura “libero-professionale” del medico di famiglia, posizione condivisa anche da Fratelli d’Italia. Questo ha reso instabile l’intero impianto della riforma, soprattutto sul punto più sensibile: il rapporto contrattuale dei medici di base con il Servizio sanitario nazionale.
Nel frattempo, il confronto si è spostato dai tavoli tecnici alla pressione delle categorie. I medici di famiglia hanno reagito con forza, compresa la minaccia di scioperi, rafforzando la propria opposizione e facendo emergere tutte le resistenze già presenti sul territorio. Questo ha inciso anche sul fronte regionale, dove la spinta iniziale di molti presidenti e assessori si è progressivamente indebolita, lasciando le Regioni senza una sponda politica nazionale solida.
Cosa prevedeva la riforma di Orazio Schillaci
Il progetto di riforma ruotava soprattutto attorno al rafforzamento della sanità territoriale, con le Case di Comunità al centro. L’idea era trasformarle in veri punti di riferimento per i cittadini, finanziati dal PNRR: strutture in cui medici di base, specialisti, infermieri e assistenti sociali lavorassero insieme, offrendo anche servizi diagnostici di primo livello. Per far funzionare questo modello, il ministero prevedeva due cambiamenti principali nel ruolo dei medici di famiglia. Il primo riguardava il sistema di pagamento: superare la retribuzione basata sul numero di pazienti seguiti e introdurre un modello legato agli obiettivi, come la gestione dei pazienti cronici, l’utilizzo del fascicolo sanitario elettronico e le ore di lavoro svolte nelle Case di Comunità. L’obiettivo era anche rendere la professione più attrattiva economicamente. Il secondo punto era più innovativo: permettere, su base volontaria e graduale, ai medici di famiglia con una specializzazione di diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale. In questo modo avrebbero potuto coprire turni nelle strutture territoriali, anche in modalità più continuativa.
In sintesi, non si trattava di un’evoluzione graduale del sistema, pensata per rafforzare la medicina territoriale e rendere più efficienti le cure fuori dagli ospedali.
La Lega attacca il testo ministeriale e propone un disegno alternativo
A complicare ulteriormente il quadro politico è intervenuta la netta presa di posizione della Lega, che ha espresso la sua contrarietà all’impostazione del testo attraverso una nota diffusa dall’ANSA. Il dipartimento Sanità del partito di Matteo Salvini ha chiarito le ragioni del dissenso, evidenziando una distanza di vedute insanabile. “La Lega ha sempre espresso forti dubbi sulla riforma Schillaci delle cure primarie, impostata quasi esclusivamente sul cambio di tipologia contrattuale dei medici di famiglia e sull’obbligo di presenza nelle Case della Comunità“, fa sapere il partito.
Il Carroccio rivendica un percorso alternativo già depositato in Parlamento per superare l’attuale stallo, puntando su dinamiche meno vincolanti e più orientate all’autonomia organizzativa dei professionisti.
“Da oltre due anni abbiamo depositato al Senato un disegno di legge concreto e pragmatico che punta a valorizzare le aggregazioni tra medici per offrire più servizi ai cittadini, ridurre drasticamente la burocrazia che grava sui professionisti e rafforzare l’assistenza territoriale di base“, continua la nota.
Tuttavia, questa lettura si inserisce in un dibattito più complesso, in cui la riforma non riguarda solo aspetti contrattuali ma anche la capacità del sistema sanitario di garantire una continuità assistenziale. L’idea che una maggiore flessibilità produca automaticamente risultati migliori non è scontata: senza adeguati vincoli e coordinamento, infatti, l’autonomia può tradursi in frammentazione dell’offerta e disuguaglianze tra territori.
Cosa resta dopo il naufragio della riforma
Il fallimento della riforma Schillaci lascia sul campo dei problemi reali: le Case di Comunità esistono, sono state costruite con i soldi del PNRR, e vanno riempite in qualche modo. Il Veneto sta già valutando di trasferirci i medici ospedalieri, soluzione tampone che sta facendo arrabbiare quella categoria. Altre Regioni navigano a vista. Il termine europeo è scaduto, le strutture ci sono, il personale no.
Per Schillaci il prezzo politico è alto. Portare a casa una riforma del genere avrebbe voluto dire lasciare un segno concreto sull’intera legislatura, dimostrare che il sistema sanitario territoriale poteva davvero cambiare dopo anni di promesse. Invece, resta l’immagine di un ministro che si è visto soffiare una riforma proprio dai partiti che lo appoggiano. Nel mezzo ci sono i pazienti, soprattutto quelli delle zone più fragili del Paese, che aspettano ancora ambulatori efficienti, medici reperibili, una rete territoriale capace di alleggerire la pressione sugli ospedali. Quella rete che le Case di Comunità avrebbero dovuto costruire.
Per approfondire: Riforma della sanità: cosa cambia con il decreto Schillaci
