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Il 4-1 con la Norvegia è solo l’ultimo caso: quando la Nazionale italiana si ritrova a chiedere scusa

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Italy's head coach Gennaro Gattuso@ANSA

Italy's head coach Gennaro Gattuso@ANSA

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Milano, 17 novembre 2025 – La notte di San Siro del 16 novembre 2025, resterà nella memoria come uno degli spartiacque più duri della storia recente della Nazionale italiana. Il 4-1 subito dalla Norvegia — con un super Erling Haaland a prendersi la scena e l’Italia di Gennaro Gattuso a scivolare verso i playoff Mondiali — ha costretto il commissario tecnico a presentarsi davanti ai microfoni con poche parole e un tono amaro: “Dobbiamo prima di tutto chiedere scusa ai tifosi, perché 4-1 è un risultato pesante”, ha ammesso a fine partita.

Il CT dell'Italia Gennaro Gattuso in conferenza stampa
Il CT dell’Italia Gennaro Gattuso | Alanews

È stato l’ennesimo capitolo di una tradizione tutta azzurra: quella delle “scuse pubbliche” dopo una disfatta. Una tradizione che, paradossalmente, è diventata più frequente proprio dopo il 2006, l’anno dell’ultima grande gioia. Per capirlo basta ripercorrere gli episodi chiave degli ultimi vent’anni.

2010: Lippi e Gattuso, il collasso dei campioni del mondo

La prima grande frattura del post-Berlino arriva ai Mondiali sudafricani. L’Italia campione in carica esce ai gironi dopo il 3-2 contro la Slovacchia. È un naufragio calcistico e simbolico. Marcello Lippi, al termine della partita, non utilizza la parola “scusa”, ma pronuncia una frase destinata a entrare nella memoria collettiva: “È tutta colpa mia”, un mea culpa totale, quasi penitenziale. A far risuonare davvero la parola è invece Gennaro Gattuso, all’epoca ancora giocatore: “Chiedo scusa all’Italia”, dice a Sky, riconoscendo la dimensione nazionale della delusione.

È un punto d’inizio: da quel momento in avanti, la retorica delle scuse — un tempo rara nella storia azzurra — inizia a emergere con sempre maggiore frequenza.

2017: Ventura e la notte più buia per la Nazionale italiana

Il caso più evidente è il 13 novembre 2017, Italia-Svezia 0-0 a San Siro. La mancata qualificazione al Mondiale 2018 è uno shock collettivo, uno spartiacque emotivo.

Quella notte Gian Piero Ventura pronuncia una frase netta, riportata da tutte le principali testate nazionali e internazionali: “Chiedo scusa agli italiani, non per l’impegno ma per il risultato”.

La parola “scusa”, tornata dopo sette anni dal Sudafrica, diventa quasi un simbolo del collasso. Mai, dal dopoguerra, la Nazionale aveva affrontato un fallimento di questa portata. E la formula di Ventura — semplice, diretta, inevitabile — segna un prima e un dopo: l’Italia, da quel momento, non è più un Paese che dà per scontata la qualificazione al Mondiale.

2022: Mancini, Bonucci e un altro Mondiale mancato

L’anno della Macedonia del Nord è un altro punto critico. Roberto Mancini, trascinatore dell’Europeo, deve affrontare il crollo più inatteso della sua gestione. Nei giorni successivi all’eliminazione, il ct lo dice apertamente: “Le scuse agli italiani le dobbiamo chiedere”, riconoscendo un debito emotivo oltre che sportivo.

Nello stesso periodo, un altro episodio diventa simbolico: lo spogliatoio del Barbera lasciato in condizioni vergognose dopo il match contro la Macedonia. Leonardo Bonucci si presenta davanti ai microfoni insieme a Mancini e pronuncia un’altra formula di scuse, questa volta “di comportamento” e non solo di risultato.

È l’immagine di una Nazionale costretta a fare i conti con la propria identità: non solo sconfitta, ma anche percepita come distante o poco rispettosa.

2024: Donnarumma e le scuse dopo il crollo con la Svizzera

L’eliminazione agli ottavi di Euro 2024 contro la Svizzera rappresenta un’ulteriore tappa del percorso discendente. Gianluigi Donnarumma, diventato il volto pubblico della Nazionale, articola un messaggio chiarissimo: “Chiediamo scusa a tutti. Abbiamo deluso”.

È una scena che si ripete: i giocatori vanno sotto la curva a Berlino, vengono accolti da fischi e contestazioni, e il capitano pronuncia parole nette. Il ct Spalletti, invece, pur assumendosi la responsabilità, evita il termine “scusa”: un dettaglio che molti analisti notarono, leggendo in quell’assenza una diversa sensibilità comunicativa.

2025: Gattuso e il ritorno del fantasma

Ed eccoci alla serata del 4-1 con la Norvegia ha una risonanza che va oltre il risultato. Perché richiama fantasmi recenti: Mondiale 2018 mancato, Qatar mancato, Europeo 2024 fallimentare.

Gattuso, che da giocatore aveva già pronunciato una delle scuse più iconiche della storia recente, ora ci torna da commissario tecnico: “Prima di tutto chiediamo scusa ai nostri tifosi”. Una frase che apre interrogativi profondi: quanto questa Nazionale ha interiorizzato la cultura dell’autocritica? Le scuse sono un atto di responsabilità o sono diventate l’unico linguaggio possibile di fronte a risultati insufficienti? Una squadra che chiede così spesso perdono sta costruendo un’identità nuova o sta confermando una fragilità strutturale?

Un ritornello generazionale per la Nazionale italiana

Dal 2010 al 2025, la Nazionale italiana ha chiesto scusa più spesso che in qualsiasi altro periodo della propria storia moderna. Le scuse di Lippi, Gattuso, Ventura, Mancini, Bonucci, Donnarumma e ora Gattuso-ct non sono tutte uguali, ma raccontano un filo rosso evidente: un’identità smarrita, che alterna brevi picchi (Euro 2021) a cadute profonde.

La retorica delle scuse non è un problema in sé: anzi, può essere un atto di trasparenza. Ma quando diventa un ritornello generazionale, lascia il dubbio che il calcio italiano stia vivendo un’era in cui la richiesta di perdono è più frequente della vittoria.

E forse è proprio questo il nodo: per smettere di chiedere scusa, la Nazionale deve tornare a essere competitiva.
Il resto — la comunicazione, le parole, i mea culpa — verrà da sé.

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